La Terza Venezia – maggio 2011 – Photographica fine art gallery – Lugano
Flaminio Gualdoni/il blog di Flaminio Gualdoni
Un’ostinazione che è individuata nella ritualità, nella ripetizione sistematica di un’azione -gesto, parola- che ha la sua origine nell’individuazione di un punto di riferimento reso più facilmente localizzabile dal ricorso a simboli religiosi quali la croce. Una ricerca che mostra chiaramente la propria origine identitaria, costituendo una significativa similitudine con lo stesso momento creativo, che porta l’artista alla definizione della propria opera.
Misurarne il naturale, e per altri versi letterario, aspetto di onirismo, fatto di fluidità e d’atmosfere. Contaminare tali visioni con quelle del suo doppio ad altissimo grado di stereotipizzazione, la Venezia in miniatura di Rimini, in una sorta di collisione tra i reciproci specchiamenti, in un cortocircuito rappresentativo continuo.
Tutto ciò potrebbe farsi un gioco, dalle retoriche a loro volta sdrucite, tra appropriatezza della visione e topoi rappresentativi, in cui un’agudeza intellettuale vagamente arrogante faccia da protagonista.
L’autrice preferisce una via diversa, quella di lasciare che si determini una sorta di spazio intermedio, di interregno della visione in cui non si dia più questione di autenticità e di rappresentazione, di realtà e di artificio: un interregno che è appunto quello della “terza Venezia” che è ormai, né forse altrimenti potrebbe essere, un bilico continuamente tentato tra esperienza sensibile e trasognamento, tra visionarietà e sguardo oggettivo.
È un lavoro denso, questo. Figlio della tradizione moderna più nobile della fotografia, quella in cui ridiventa prioritaria l’intensità, la durata, la qualità intrinseca dell’immagine rispetto al suo mero innesco e pretesto intellettuale.
Camporesi è nata nel 1973. Il suo lavoro è alle soglie della maturità, e possiede già un’autorevolezza autentica.
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SIFR – la distanza canonica – dicembre 2010 – Galleria Z20 – Roma
Manuela de Leonardis/Exibart
Ultima parte della trilogia che esplora la relazione corpo/mente. Sifr è la rappresentazione di un percorso iniziatico che parte dall’azzeramento. E aspira alla consapevolezza.
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Eravamo persone come Alberi – aprile 2010 – Galleria Betta Frigieri – Modena
Fabrizio Montini/Exibart
La mostra che Silvia Camporesi (Forlì, 1973) presenta alla galleria modenese si può suddividere in quattro lavori distinti ma sostenuti dalla stessa tensione emotiva. Se le citazioni e i riferimenti sono molteplici e diversi – dai filosofi e mistici Simone Weil e Georges Ivanovic Gurdjieff alla disciplina del karate, vista come pratica di elevazione spirituale, passando per il folklore e l’immancabile Diane Arbus – appare invece chiara la tendenza, che percorre le sue immagini, a svuotare e alleggerire mediante una ricercata (e patinata) essenzialità formale.
La visita inizia con una Breve storia dell’infinito, un video che, sfruttando il loop di un’inquadratura fissa di pochi secondi, diventa una sorta di tableau vivant che visualizza il fuoco perpetuo di un vulcano dell’Appennino tosco-romagnolo. Il breve frammento viene ripreso nel momento del passaggio dalla notte al giorno, ponendo l’accento sul contrasto fra il cambiamento del paesaggio circostante e l’invariabilità del fuoco, che appare così come un elemento autonomo e incondizionato.
La luna piena è una cosa perfetta che già il giorno dopo non si rivedrà più è invece un’installazione fotografica, composta da venti scatti, ordinati sulla parete in una griglia regolare. Il titolo sottolinea la caducità della vita ed è estratto da un testo dei Quaderni di Simone Weil, qui in parte modificato a indicare la sua declinazione per immagini. Tale operazione, infatti, viene realizzata attraverso gli scatti fotografici, ognuno corrispondente a un diverso frammento del testo della filosofa francese. Il rapporto tra paesaggio circostante e soggetto, una delle chiavi di lettura dell’intera mostra, viene esplorato con varie modalità, ricorrendo a simboli e metafore all’interno di vedute dai toni pacati e surreali.
Di formato maggiore sono le stampe lambda che costituiscono la serie di cinque ritratti, in cui l’artista interpreta altrettante figure femminili, dove l’interesse verso donne “irregolari” mescola la citazione al folklore e all’antropologia. Le composizioni comprendono pochi elementi studiati e necessari all’ambientazione, mentre gli sfondi sono uniformi e nelle scene, dove dominano i bianchi, le figure umane appaiono isolate e senza espressione. Vera e propria costante, comune a tutte le opere in galleria, è infatti la tensione dell’artista verso il vuoto e il silenzio, un alleggerimento meditativo che ben si presta a un paragone eccellente con Yves Klein, la cui poetica, all’apparenza molto diversa e distante, si muove sulla stessa linea espressiva.
Dimostra coerenza anche l’ultimo lavoro della mostra, un video ispirato alla teoria del Secondo vento di Gurdjieff, dove la campionessa europea di karate Shaira Taha viene ripresa, mentre esegue un kata, prigioniera in una cella.
Dettagli e allargamenti di campo si alternano distribuendosi tra la figura umana e la perlustrazione del bianco delle pareti, a tratti solo leggermente scalfito da tracce di graffiti, mentre echeggia una delicata melodia vocale a fare da armonico sottofondo sonoro.
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Gradozero – Galleria Marconi – febbraio 2008 – Cupra Martittima (AP)
Cristina Petrelli/Exibart
Un accumulo di detriti è ciò che abbiamo davanti agli occhi, come un muro impenetrabile. Un’immagine straniante, che non consente un orientamento. Nella fotografia di una discarica, alla quale ne viene affiancata un’altra, disposta in modo speculare, Silvia Camporesi (Forlì 1973) individua il gradozero.
Nel suo allestimento originario, pensato per il Mar (il Museo d’Arte di Ravenna), la mostra era composta da tredici fotografie e un video. Nel confronto con la diversità dello spazio di Cupra Marittima, l’artista riconsidera il progetto, mantenendone inalterata la concezione ma inserendo un minor numero di opere. Attraverso il criterio di composizione, volutamente orientato alla simmetria, si viene a costituire un equilibrio formale e cromatico che porta l’immagine stessa della discarica a rappresentare l’annientamento, il massimo livello di distruzione. Un gradozero al quale può far seguito unicamente una ricostruzione.
Avvalendosi di attrici professioniste, Camporesi mette in forma questa rinascita. Ogni immagine è costruita con attenzione, facendo espliciti riferimenti all’arte sacra, affinché esprima interamente il proprio portato simbolico. La figura di una donna, in ouverture, ammantata di rosso e con le braccia aperte in segno d’accoglienza e lo sguardo che invita ad andarle incontro, diventa l’immagine di una speranza, il punto d’inizio di un percorso esistenziale. L’individuazione di un appoggio, che trova la sua origine fuori dall’inquadratura, consente di proseguire, nonostante gli ostacoli. In scesa la figura si trova in bilico tra oblìo e salvezza. L’attenzione dell’artista, a questo punto, si sposta sullo stato d’animo. In una serie composta da sei fotografie scosse sono esplorate e rese visibili le emozioni. Un percorso d’iniziazione che ha il suo compimento nel video. In dance dance dance la figura femminile si muove nell’acqua. Una differenza di stato che, modificando le condizioni fisiche, proietta in un’altra dimensione. I movimenti si fanno lenti e il nuotare si mostra unicamente quale ripetizione automatica di un movimento. Una presa di coscienza dove si perdono i confini tra il nuoto e la danza, citata nel titolo ripreso da un romanzo di Murakami Haruki, intesa quale sinonimo di attività e di vita. Silvia Camporesi amplia questo concetto, arrivando a esplorare la forza dell’uomo, la sua tenacia. Un’ostinazione che è individuata nella ritualità, nella ripetizione sistematica di un’azione -gesto, parola- che ha la sua origine nell’individuazione di un punto di riferimento reso più facilmente localizzabile dal ricorso a simboli religiosi quali la croce. Una ricerca che mostra chiaramente la propria origine identitaria, costituendo una significativa similitudine con lo stesso momento creativo, che porta l’artista alla definizione della propria opera.
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Dance dance dance – dicembre 2007 – MAR – Ravenna
Helga Marsala/Exibart
Associare la danza al sacro è fatto atavico, istintivo. Due dimensioni – una corporea, l’altra spirituale – in qualche modo legate alla semiotica. In entrambi i casi si dispiegano matasse di segni (gesti, riti, codici) attraverso cui dare senso all’esistenza. Per tutte le culture, in ogni tempo, le danze sacre sono state un importante veicolo del rapporto tra l’io e la trascendenza. Il nuovo progetto di Silvia Camporesi (Forlì, 1973) ha a che fare con una spiritualità connessa a un profondo senso della rappresentazione scenica. Dance dance dance, titolo rubato al romanzo del giapponese Haruki Murakami, è un invito alla leggerezza del gesto originario ripetuto senza sosta, quel movimento rituale che non spezza il fiato e non approda alla parola. Vengono in mente il sufismo o il teatro tradizionale indiano. L’imperativo categorico è ‘non smettere di danzare’, che significa anche ‘non interrompere il viaggio incontro all’oltre-da-sé’.
È sensuale la fotografia di Camporesi, epidermica, tattile, scandita da equilibri formali che traducono un intento estetizzante. Cromatismi densi, texture pastose, luci morbide: il sacro passa attraverso il corpo, necessariamente. Questa mostra è un po’ un percorso iniziatico. Dal buio verso la luce, dal raccoglimento alla rivelazione. Il Grado zero della prima fotografia è quello di una discarica, montagna di ferraglia arrugginita: si disegna, sullo sfondo di un cielo terso, la metafora residuale di una condizione umana che prelude alla ricostruzione, alla liberazione. Poi, una galleria di ritratti femminili, donne in posa come statue, come attrici, come sante. Dall’immobilità di un gesto d’Ouverture, invito a una simbolica apertura delle danze, fino ai sei ritratti della serie Scosse, scotimenti di dolore psicologico declinati da uno stesso volto femminile. Qui l’enfasi mimica, intrappolata in un eccesso di maniera, è comunque funzionale a una volontà interpretativa che non dissimuli l’artificio del teatro.
È una luce siderale, diafana, quella che incapsula le due ingannevoli immagini dal titolo Albedo. Un panno azzurro, annegato in una vasca da bagno, evoca nella forma accidentalmente assunta il manto di una Madonna evaporata; mentre, con un procedimento opposto, dei frammenti di perline colorate a tutto farebbero pensare tranne che alla verità di due cataste di rosari. Ancora un trucco visivo nei due piccoli video in stop motion, un giradischi che fa ruotare una statuina di Gesù e un filo di lana tirato fuori dalla bocca all’infinito. Haiku quasi immobili che fanno il verso al loop di una preghiera, nell’eterna ripetizione di un tempo circolare. L’ultimo step del percorso, il più intenso, è una coreografia allo stato fluido. Ancora nel segno di quell’antica corrispondenza tra femminino ed elemento acquatico, Silvia Camporesi descrive il percorso di una misteriosa figura, esploratrice del fondo di una piscina. La veste rosso rubino si gonfia d’acqua, i movimenti lentissimi tagliano lo spessore liquido, nel rumore di flutti spostati, penetrati. Una decorazione geometrica sulle piastrelle allude a una croce stilizzata. È la meta del viaggio, icona casuale e prosaica che arresta il cammino, a un passo dalla rivelazione.
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