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	<title>Silvia Camporesi</title>
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	<description>Silvia Camporesi&#039;s Work</description>
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		<title>HIC SUNT LEONES &#8211; IL MANIFESTO &#8211; pubblicato sabato 18 agosto 2012</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Nov 2012 08:34:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; &#160; &#160; Hic sunt leones &#160; Un mappamondo azzurrino un po’ ammaccato. Lo comprai diversi anni fa al mercatino delle pulci del più antico quartiere di Lisbona, l’Alfama. E’ di quelli da tavolo, con il sostegno lievemente inclinato,  che permette di avere  una comoda visione del globo, ruotando e poi fermando la sfera sul [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
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<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/manifesto.jpg"><img class="alignleft size-large wp-image-856" title="manifesto" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/manifesto-705x1024.jpg" alt="" width="705" height="1024" /></a></p>
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<p><strong>Hic sunt leones</strong></p>
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<p>Un mappamondo azzurrino un po’ ammaccato.</p>
<p>Lo comprai diversi anni fa al mercatino delle pulci del più antico quartiere di Lisbona, l’Alfama. E’ di quelli da tavolo, con il sostegno lievemente inclinato,  che permette di avere  una comoda visione del globo, ruotando e poi fermando la sfera sul punto preciso della mappa.</p>
<p>Ho sempre amato le mappe, gli atlanti, le carte, soprattutto quelle di una certa epoca nate dalla  grande immaginazione dei cartografi, che tracciavano i luoghi secondo un particolare punto di vista, una prospettiva, e segnavano i confini di mari sconosciuti con le figure di mostri fantastici, disegnati sotto la scritta  <em>hic sunt  leones</em> .Ogni esplorazione, ogni scoperta di nuove terre corrispondeva ad un segno più o meno frastagliato sulla mappa del mondo.</p>
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<p>La mappa è certezza, sicurezza indubitabile, la mappa non mente. Mi dice dove sono qui ed ora, in ogni preciso istante, è un insostituibile calmante per chi soffre di paura di perdersi. In inglese chi si è perso è <em>out of the map</em>, fuori dalla mappa, lontano dai segni tracciati. E d&#8217;altra parte un luogo non segnalato su una mappa è un luogo che non esiste. (A volte capita che un navigatore gps commetta errori e ci porti fuori strada – così durante un viaggio in macchina in Sardegna, il navigatore insisteva su una strada che pian piano diveniva sentiero e poi campo, fino a che la via battuta veniva completamente ricoperta  da filari di peschi. I giornali riferiscono il caso di turisti scesi dalla scalinata di Trinità dei Monti sotto la guida del loro navigatore di bordo, oppure la storia curiosa di tre signore, nello stato di Washington, che al comando “turn left” sono finite dentro ad un lago. Piccoli e grandi difetti nella digitalizzazione delle mappe.)</p>
<p>Oggi la mappatura dei luoghi è un&#8217;attività costante che spinge la rappresentazione del dettaglio sempre più a fondo, telecamere passano per le vie, si insinuano fra le case a raccogliere informazioni e a registrare ogni minimo cambiamento. Un&#8217;ossessione visiva legittimata dalla tecnologia che permette nuovi e costanti aggiornamenti di confini mobili. Le province si restringono e di nuovo si allargano, quella via ora è a senso unico e quella piazza non è più raggiungibile in macchina, ma è appena nata un&#8217;enorme strada che promette <em>celeritas</em>: bruciare le distanze in un minor tempo di percorrenza.</p>
<p>E in un tempo più lungo cambiano i confini,  le terre si sfaldano, alcune isole affondano, l&#8217;instabilità della terra corrisponde alla fragilità della mappa. Un&#8217;antichissima mappa di Venezia evidenzia due isole abitate vicine alla laguna, Costanziaca ed Ammiana, oggi terre sotto i mari. Passando in barca da quelle parti e vedendo piccoli lembi di terra affiorare &#8211; le barene -  vi si può immaginare un&#8217;eco di luoghi, persone e chiese scomparse, affondate, e la mappa è l&#8217;unica traccia esistente.</p>
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<p>Da piccola ricordo un&#8217;agendina  rossa, dono di qualche casa produttrice di bevande da bar. In copertina era stampato il disegno di un uomo e una donna seduti al tavolo in un brindisi di fine anno, con in bella vista il marchio in questione e sotto la scritta &#8220;Prezioso 1983&#8243;. Avevo dieci anni e ogni pagina di quel libretto, prima di arrivare all&#8217;elenco dei giorni,  era una sorta di mappa del tesoro.</p>
<p>Il primo tesoro era un planisfero, un mappamondo spaccato sulla carta, in bianco e nero, piccolo ma sufficientemente comprensibile. Dove sono io ora? Il dito sulla mappa. Sei qui.</p>
<p>Di seguito un&#8217;altra pagina di certezze: l&#8217;elenco di tutti i numeri primi dall&#8217;1 al 1609. Sebbene questa categoria di numeri sia stata ampiamente analizzata, ancora oggi si tratta di oggetti enigmatici e affascinanti, avvolti da un alone di mistero. I numeri tutti d&#8217;un pezzo, eleganti e inscindibili. 1,3,23,37,47,59, 1013.. Da quel giorno ogni numero primo che incontro lo interpreto come un buon segno.</p>
<p>Pagina successiva: una tavola a dir poco magica, fatta a forma di diagramma che permetteva di stabilire il giorno della settimana di ogni data nel passato, a partire dal 1950, e nell&#8217;immediato futuro. In che giorno sarebbe avvenuto il mio ventesimo compleanno, il primo gennaio 1999 o il 31 dicembre 1999, l&#8217;ultima data disponibile, poiché il 2000 non era ancora contemplato in quelle formule.</p>
<p>Continuando a sfogliare le pagine trovavo poi un altro digramma cartesiano che riportava sulle ascisse i nomi delle più importanti città europee e sulle ordinate varie distanze in km. Facendo attenzione a percorrere con occhi e dita le linee corrispondenti alle due città da collegare avrei saputo in un baleno ogni distanza. Se volessi andare da Milano a Parigi dovrei percorrere 850 km, Mentre da Parigi  a Madrid 1272 km. E infine la pagina della geometria piana. Mi piaceva la voce &#8220;triangolo qualsiasi&#8221;: avessi creato tre vertici unendo tre linee, avrei avuto sempre le formule per scoprire tutto di quella figura dalle componenti casuali – valeva a dire che il caso e l&#8217;imprevedibile potevano essere tenuti sotto stretto controllo numerico. Questo mi sembrava magia.</p>
<p>Nei mercatini di tutto il mondo ho continuato a comprare atlanti, mappamondi di tutte le dimensioni, agendine intonse di anni passati, carte geografiche di stati non più esistenti, dove il mare è sempre di un colore perfetto: l&#8217;azzurro assoluto dell&#8217;infanzia. (Qualche giorno fa su ebay ho ritrovato il &#8220;Prezioso 1983&#8243; in un&#8217;asta senza pretendenti, quindi a breve lo avrò di nuovo fra le mani).</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/Schermata-2012-11-17-a-09.29.142.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-853" title="Schermata 2012-11-17 a 09.29.14" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/Schermata-2012-11-17-a-09.29.142-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
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<p>Anche le parole sono carte geografiche, Il brevissimo riassunto di un lungo cammino già percorso &#8211; la strada in cui il significato si è modificato, fino a qui. Penso alla parola <em>mostro</em>, che all&#8217;origine aveva un significato correlato all&#8217;idea di  prodigio, cosa straordinaria, mentre oggi quell&#8217;accezione rimane solo in un contesto ironico; o alla parola <em>assassino</em>, la mappa  di un piccolo romanzo che racconta di una tribù siriana sotto la guida di un grande capo, il quale ordinava ai seguaci furti e uccisioni, da compiere sotto l&#8217;effetto di una bevanda inebriante a base di hascisc. E andando ancora più a ritroso, <em>aleph, beth, gimel</em> (bue, capanna e cammello), la sintesi di un popolo nomade che lasciava tracce del  proprio passaggio.</p>
<p>E’ curioso che alcune scritture non siano ancora state decifrate, come la minoica “lineare a”, una serie di sillabe non riconducibili ad alcuna lingua nota. Manca ancora il passaggio intermedio, la <em>stele di Rosetta</em> che ne permetta la decrittazione. Allo stesso modo il manoscritto <em>Voynich</em>, il libro più misterioso del mondo, contente scritture e disegni, strane mappe, è ancora oggi l&#8217;unico libro scritto nel XV secolo che non sia stato interpretato.</p>
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<p>Da artista penso alla fotografia come ad una carta geografica ed uso la macchina fotografica come uno strumento di mappatura. Non ho mai inteso fotografare un luogo per serbarne il ricordo, ma per riassumere il sentimento trasmessomi da quel luogo, e poi idealizzarlo, restringerlo, metterlo sotto vuoto una volta per tutte. Come fosse un frammento di mappa con  pochi colori decisi e senza sfumature, o un numero primo, o una parola dall&#8217;etimologia sorprendente.</p>
<p>Vorrei realizzare una sontuosa opera-mappa fatta di incroci di segni geografici, di numeri e parole. Un luogo dell’immaginazione dove tutto ha un ordine e rimanda ad altro, come in un’opera di Vermeer: il pittore (Vermeer) ha dipinto un cartografo intento a disegnare una mappa. Alle sue spalle un mappamondo e la parte di un’altra mappa appesa al muro. Mappamondo e mappa pare rappresentino Oriente ed Occidente, come a dire che tutto il mondo si ritrova nel microcosmo perfetto di una stanza, in una tranquilla mattinata olandese.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/Vermeer_The-Geographer.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-854" title="Vermeer_The Geographer" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/Vermeer_The-Geographer-267x300.jpg" alt="" width="267" height="300" /></a></p>
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		<title>ARMENIAN DIARY #4</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Nov 2012 18:19:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[28 ottobre &#160; Domenica, oggi rientro in Armenia. In mattinata faccio una passeggiata a Stepanakert ad osservare la gente che va a messa e poi a fare acquisti. Atmosfera rilassata, senza turisti, per questo sono tutti molto curiosi e mi scrutano senza pudore. Sono d’accordo con David che mi porterà a Hermon, una deviazione sulle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>28 ottobre</p>
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<p>Domenica, oggi rientro in Armenia. In mattinata faccio una passeggiata a Stepanakert ad osservare la gente che va a messa e poi a fare acquisti. Atmosfera rilassata, senza turisti, per questo sono tutti molto curiosi e mi scrutano senza pudore.</p>
<p>Sono d’accordo con David che mi porterà a Hermon, una deviazione sulle montagne, nella strada per andare a Yerevan. Il luogo è una buona base per visitare la regione di Vayots Dzor.</p>
<p>David è in ritardo sull’orario previsto, così lo chiamo e mi fa capire che ha dei problemi. Inizia un giro di telefonate fra lui, Shushan e me, lei traduce quel che lui le dice e me lo comunica. In sostanza, il problema  che per portarmi in quella zona è che la spesa è più alta del previsto, quindi deve cercare altre persone da caricare, in modo da ripagare il carburante del ritorno. Dopo un’altra ora di attesa mi fa comunicare che non ha trovato nessuno, ma che salirò con un altro autista che va a Yerevan e farà quella deviazione per me. Un po’ scocciata per la giornata persa, ma desiderosa di ripartire accetto e salgo sul nuovo taxi. Saluto David che mi fa un sacco di sorrisi mentre contratta con il nuovo autista sul prezzo del mio viaggio. La partenza non è immediata, perché ovviamente il taxista perde un’altra ora ad aspettare tre persone che salgono via via in macchina, andando nella città di Shushi, dove è calata una nebbia spettrale e, se non altro, nell’attesa riesco a fare qualche buona foto alla chiesa bianca.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/SIL_3148.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-826" title="SIL_3148" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/SIL_3148-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Alle 5 riusciamo finalmente a partire, nessuno parla inglese nella macchina, così mi metto a leggere e ad ascoltare musica, controllando ogni tanto la rotta sul mio navigatore. In effetti il viaggio è piuttosto lungo e, visto come guidano i taxista armeni, non amo viaggiare con il buio. Quando siamo nei pressi della deviazione che il taxista deve prendere per portarmi nel mio nuovo hotel, mi rendo conto che sbaglia strada, allora non potendo parlare direttamente con lui chiamo Shushan, le spiego la cosa e glielo passo. Da quel momento capisco la scorrettezza di David. Ha detto al taxista che doveva lasciarmi a Yeregnazor, la città lungo il percorso per Yerevan, e non che doveva fare una deviazione di trenta chilometri, in montagna, per portarmi a destinazione. Questo per essere sicuro che il nuovo taxista mi avrebbe caricato, per pagarlo meno e perché evidentemente ha approfittato della situazione.  Per telefono Shushan spiega al taxista che non può lasciarmi lì e che devono trovare una soluzione. Il taxista si spazientisce (lo capisco dal tono sarcastico con cui pronuncia numerose volte “Shushan-jan”, quell’aggiunta amichevole al nome che, in questa situazione, significa solo guai, ma ad un certo punto capisce la situazione, soprattutto capisce che la colpa è solo di David. Così coinvolgendo l’hotel mi fanno arrivare un taxi che mi porta in hotel. Sono le 21.30. Se non fosse stato per l’abilità comunicativa di Shushan a risolvere la situazione mi sarei trovata in seria difficoltà. Non mi spaventa la situazione per un eventuale pericolo, ma per l’incertezza e l’impossibilità comunicativa, oltre alla rabbia per la giornata persa. E per la scorrettezza di David.</p>
<p>Arrivata in hotel, in mezzo ad un panorama che suppongo essere molto suggestivo anche se è buio totale e scorgo appena le montagne introno, i ragazzi dell’hotel preoccupati mi accolgono con grande calore. Mi scuso per il ritardo, dicendo “it’s not my fault..” ma loro sanno già tutto.</p>
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<p>29 ottobre</p>
<p>Il panorama dall’hotel è davvero suggestivo in mezzo alle montagne, e il sole splende forte.</p>
<p>E’ piuttosto caldo. Sono l’unica ospite dell’hotel, lo staff è stato richiamato a lavorare per il mio arrivo.</p>
<p>Sono tutti ragazzi giovani, molto gentili. Concordiamo il programma di oggi: una visita  a chiese e monasteri che sono numerosissimi in questa valle. Alcuni diroccati, altri interi, si stagliano in mezzo a paesaggi incantevoli. Sono su una robusta jeep di marca russa con l’autista e Cerine, la recepionist che parla un po’di inglese e in questa occasione fa da interprete. Per raggiungere le varie destinazioni attraversiamo montagne, fiumi, strade impervie. Io fermo l’autista davanti ai mutevoli paesaggi di rocce rosse e grigie, scendo e scatto, poi risalgo.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/SIL_3274.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-828" title="SIL_3274" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/SIL_3274-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/SIL_3268.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-829" title="SIL_3268" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/SIL_3268-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Nel primo pomeriggio rientriamo, soddisfatta delle immagini raccolte.</p>
<p>La situazione qui è molto tranquilla, non c’è molto da fare, così passo il resto del pomeriggio a leggere e a riposarmi.</p>
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<p>30 ottobre</p>
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<p>Oggi è la volta del caravanserraglio di Selim, un luogo molto visitato ma che per ora è sempre rimasto fuori dalle mie rotte. Partiamo con la jeep, ma oggi l’autista è cambiato, a quanto pare ce ne è uno più esperto, dovendo fare una strada molto difficile. La strada per arrivare al passo di Selim sale fra le montagne, non mi accorgo del tempo perché sono intenta a mangiare noci e a osservare il paesaggio, sempre fermando l’autista in caso decida di fare foto. Il caravanserraglio ha un’architettura insolita fatta di un ingresso ed un lungo stanzone per il ristoro di carri ed animali sulla via della seta. Costruito nel 1300, è rimasto perfettamente intatto.</p>
<p>Ripartiamo alla volta della fortezza di Smbataberd, chiedo a Cerine di fermarci a bere un caffè e lei si offre di andare a casa sua, visto che è di strada. Avverte la famiglia che stiamo arrivando e una volta a casa sua troviamo la tavola piena di frutti e caffè. Poi Cerine mi fa vedere come la sua famiglia produce pane lavasch, il tipico pane armeno, sottile e lungo come una piccola tovaglia, che viene cotto in speciali forni scavati a terra. Avevo già visto questi forni, ma qui la cosa che mi incuriosisce è il tipo di combustibile che viene usato per la cottura. Anziché legna qui vengono usate “mattonelle” fatte di sterco di mucca essiccato per molti mesi al sole. Li riconosco perché Artush me ne aveva parlato e qui, nella paese di Cerine, li vedo dappertutto. Così quando Cerine mi invita a provare il pane, dicendo “try it, it’s very tasty..”! non so che fare. Sono imbarazzata, ma tanta è la sua gentilezza che lo assaggio. E’ buono, niente da dire. Ma dico che ho poca fame e che è meglio ripartire per via della luce.</p>
<p>La strada per la fortezza è davvero impervia. Solo una jeep così solida può percorrerla. Sono 5 chilometri in salita, su strada sterrata e molto dissestata sul crinale della montagna. Non ho paura, ma sono un po’ tesa vedendo lo strapiombo, anche se l’autista è molto cauto. La macchina balla parecchio e devo tenermi aggrappata. Dopo circa mezz’ora di strada arriviamo e la vista è magnifica. La fortezza difensiva, per buona parte intatta, ricorda la muraglia cinese. Vado da una parte all’altra della fortezza per scattare un po’ di foto fermandomi a raccogliere timo selvatico.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/564773_10151085639526086_1949107482_n.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-830" title="564773_10151085639526086_1949107482_n" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/564773_10151085639526086_1949107482_n-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Poi Cerine mi fa notare una chiesa sulla montagna opposta, ancora più in alto della fortezza, e mi dice che andremo lì. La strada è ancora più dissestata e pericolosa, ma ancora una volta la difficoltà è proporzionale alla bellezza del luogo: due chiese con enormi khatchkar incastonati nei muri e appoggiati fuori. Intatte, perfette. Viene sempre da chiedersi come facessero un tempo a costruire architetture così perfette in luoghi così difficilmente raggiungibili. Penso sia una questione di punti di vista. Poi più su, un complesso monastico in parte distrutto, ma con la chiesa ancora visibile.</p>
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<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/SIL_3423.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-831" title="SIL_3423" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/SIL_3423-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
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<p>31 ottobre</p>
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<p>La mattina viene il taxi a prendermi per portarmi a Yeghernazor dove troverò un mezzo diretto a Yerevan. I ragazzi dell’hotel mi salutano calorosamente dicendomi di tornare in estate.</p>
<p>Il taxista mi porta direttamente nella stazione degli autobus, dove c’è una marsrutka pronta per la partenza. La marsrutka è un minubus da circa dieci, dodici posti dove, però riescono ad entrare fino a 17 persone, autista escluso. Quando arrivo è già quasi pieno e mi siedo vicino ad una grassa signora anziana. Dopo di me entrano altre tre persone che si ammassono in fondo e alla fine, esauriti i posti a sedere, l’autista tira fuori da sotto il mio sedile un piccolo seggiolino dove si siede l’ultimo arrivato. C’è ancora un po’ di attesa e poi, quando i passeggeri cominciano a lamentarsi l’autista parte. Pare che qui funzioni così, non ci sono orari previsti di partenza, ma supposizioni. Come quasi tutti gli autisti visti finora, anche quest’ultimo è piuttosto spericolato. L’attività di guida è secondaria rispetto al fumare, parlare al telefono, e distrarsi in altri modi. Ama stare sul lato sinistro della strada e superare a tutta velocità, in curva. La signora anziana seduta vicino a me durante uno dei sorpassi si fa tre volte il segno della croce e mi guarda con aria spaventata. A circa metà strada, dopo un’oretta di viaggio, il bus si ferma a fare rifornimento e rivedo, dopo alcune settimane, l’Ararat in lontananza. Yerevan è vicina.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/SIL_3484.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-832" title="SIL_3484" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/SIL_3484-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p>Arriviamo all’ingresso della capitale e lì l’autobus si ferma. Saluto la signora e subito fuori dall’autobus un signore mi chiede se ho bisogno di un taxi. Gli rispondo di si, senza prima aver visto la macchina che mi porterà in hotel: la lada più scassata che abbia mai visto. Cartoni messi a terra, fili dell’accensione staccati, interni tenuti insieme con lo scotch. Ormai non mi formalizzo più per nulla, quindi non faccio una piega. Dopo pochi chilometri l’autista si ferma a fare benzina (1000 dram, ovvero due litri..) e ripartiamo. Ad ogni semaforo spegne la macchina manovrando i fili sotto al volante e poi la riaccende. La macchina “dondola”, come se si stesse staccando dalle ruote, ma invece arrivo tranquillamente in hotel e pago la corsa al taxista che, viste le condizioni della macchina, umilmente parcheggia molto lontano dall’entrata dell’hotel e mi porta la valigia all’ingresso.</p>
<p>Oggi ho deciso di riposare, quindi pranzo al Green bean, dove ritrovo Ivan e gli altri, e cena con Laura, in un bel caffè del centro. Anche qui è arrivata la moda di Halloween ed un sacco di ragazzine con le facce truccate da zombie vagano per la città fino a notte tarda.</p>
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<p>1 novembre</p>
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<p>Stamattina sveglia tardi, e al tavolo della colazione ho iniziato a parlare con una simpatica ragazza americana. Siamo rimaste più di un’ora a confrontare le nostre opinioni sull’Armenia, sull’America e in generale su “come va il mondo”. Ci troviamo d’accordo su molti punti di vista. Ridiamo parlando delle scarpe delle armene, ragazze che girano con tacchi altissimi, la manifestazione del loro “essere alla moda”.<a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/SIL_3533.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-837" title="SIL_3533" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/SIL_3533-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Passo il resto della giornata in giro per la città, torno nella cattedrale di San Gregorio, dove ogni volta rimango stupita dal numero di ragazzi e ragazze che continuamente entrano in silenzio a pregare. Le ragazze si coprono il volto, non per legge imposta, ma per sincera devozione. Alcune si asciugano gli occhi dopo aver versato qualche lacrima durante la solitaria preghiera. E’ un paesaggio umano sorprendente. Poi giro al museo Kochar, al mercato Gum, dove mi rifornisco di erbe selvatiche per le tisane. La sera rivedo Sara, conosciuta a Vanadzor, andiamo a cena in un ristorante libanese e le racconto del mio viaggio.</p>
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<p>2 novembre</p>
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<p>Stamattina torno al Gum Shuka, mi sembra di non aver fatto abbastanza foto in quel luogo. Sono avvantaggiata dal fatto che qui tutti si lasciano fotografare volentieri, anzi mi invitano a farlo, sebbene in modo molto discreto. Il mercato è un luogo affascinante, pieno di profumi e colori, di gene che cura la propria merce. Mi piace l’idea che in una foto accadano contemporaneamente tante cose, esistano tante persone. Mentre fotografo il mercato dall’alto, un uomo mi si avvicina e sorridendo mi chiede in armeno cosa stia fotografando. Gli faccio vedere, gli dico che sono italiana, cerchiamo di dire qualcosa di comprensibile e mi invita a bere un caffè. Rifiutare non è mai bello, sebbene non abbia molta voglia di caffè accetto. Il tempo dell’attesa del caffè, al bar del mercato, è piuttosto buffo: parliamo a gesti e ad espressioni del volto. Capisco però che mi chiede di venire con me in Italia, dopo aver osservato la mia mano sinistra e non aver trovato la fede nuziale. Gli dico mentendo che l’Italia non è poi così bella e che si sta meglio in Armenia.</p>
<p>Poi gentilmente lo saluto e riprendo il mio giro. Mi colpiscono le numerose donne che, da un lato del mercato, vendono montagne di pane lavash. Ogni pane è sottile come un foglio di carta e molto grande, e ogni cumulo è coperto da uno strato di plastica, per evitare che si unimidisca. Qui comprare il pane è un fatto importante: la gente lo tocca, lo “sfoglia”, lo assaggia, lo sposta e poi se pensa non sia abbastanza buono passa alla venditrice successiva. E’ curioso osservare l’acquisto del pane.<a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/SIL_3488.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-833" title="SIL_3488" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/SIL_3488-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a> Uscita dal mercato faccio un giro per i negozi e le bancarelle all’esterno. Trovo un negozio dove viene prodotto il pane lavash e finalmente vedo i passaggi di questa lavoro che sembra un vero e proprio rito. Una donna seduta a terra davanti al forno scavato nel pavimento riceve con un lancio la sfoglia stirata da un’altra donna, che di fianco lo lavora con il matterello. La donna seduta lo stende su una sorta di cuscino che ha la stessa forma e lo butta per pochi secondi nel forno, appoggiandolo alla parete. In un attimo il pane è cotto e si riparte con il lancio. Una terza donna confeziona i pani cotti. Io entro nel negozio e gentilmente chiedo se posso fare foto. Le signore accettano ed è uno spettacolo vederle al lavoro. Alla fine compro un pane appena sfornato e lo mangio per strada.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/SIL_3607.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-834" title="SIL_3607" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/SIL_3607-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Riparto per la zona nord della città dove si trova la casa degli scacchi.</p>
<p>Gli armeni sono grandi giocatori di scacchi e lo testimonia il fatto che hanno vinto gli ultimi campionati olimpici, inoltre da un paio d’anni gli scacchi sono materia d’insegnamento obbligatoria nelle scuole. Ne consegue che la casa degli scacchi è un luogo molto frequentato da persone di tutte le età, dove si svolgono gare amichevoli e competizioni a vari livelli. Al mio arrivo vedo numerosi tavoli impegnati, per lo più sono persone di mezza età o anziane che si sfidano, con molti spettatori intorno che osservano, accigliati e silenziosi. Io mi guardo intorno e comincio a scattare qualche foto in modo cauto. Arriva un signore, che scopro essere il guardiano, cerco di spiegargli che cosa sto facendo e alla parola “fotografa italiana” mi da il via libera. Così osservo e fotografo, ogni tanto noto il disappunto di qualche giocatore, ma nessuno mi dice nulla, un signore mi sfida, ma gli dico che non so giocare. Al piano superiore sta per iniziare una competizione fra numerose coppie di bambini, ma non posso rimanere a guardare, così torno dai giocatori del piano di sotto.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/SIL_3643.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-835" title="SIL_3643" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/SIL_3643-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
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<p>3 novembre 2012</p>
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<p>Mattinata passata la vernissage a fare acquisti. Cammino fra le bancarelle di souvenir e dei venditori oggetti di seconda mano. Mi piace contrattare, e piace anche a loro. Cosi mi fermo nella bancarella di una signora che vende piatti di metallo decorati, tipici dell’Armenia, e cominciamo una lunga contrattazione in due lingue differenti ma comprensibile grazie ai gesti e alle espressioni. Alla fine troviamo un accordo a metà strada.</p>
<p>Nel pomeriggio con Laura e Sara ci troviamo nello studio di Mary, un’affermata artista di Yerevan. Lavora con la pittura e con la scultura e mi attraggono in particolar modo i paesaggi urbani di Yerevan.  Beviamo vino al melograno chiacchierando in inglese ed è un bel pomeriggio insieme, di racconti italo-armeni e programmi per il futuro.</p>
<p>La sera cena al club con Laura, Mary e Shushan la miglior pizza di Yerevan, un locale frequentato da vip e celebrità nazionali.</p>
<p>C’è un signore in un altro tavolo, un produttore di vini, che ha vissuto molti anni in Italia e conosce Mary,  mi dice che sa già tutto del mio progetto e che vorrà vedere le foto. Curioso e lusinghiero vedere come qui circolino le notizie.</p>
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<p>4 novembre 2012</p>
<p>E’ l’ultima domenica qui e mi sembra giusto chiudere questo mese circolare ritornando alla sacra sede di Echmiadzin. Vado in taxi e arrivo poco prima dell’uscita del Catholicos. Come la volta scorsa, la chiesa è strapiena di gente, di donne dal capo coperto che pregano e la messa, eseguita da tanti preti, è lunghissima e piena di canti. Mi piace questa ritualità collettiva, dove si crea un’energia spirituale grazie alle tante persone, alla sincera presenza dei fedeli. Contemporaneamente, nelle cappelle laterali si svolgono confessioni collettive, altri diaconi che invitano i fedeli a turno a pregare. Tutti si inginocchiano e pregano, l’odore di incenso è fortissimo e lo spazio per muoversi sempre meno. Aspettando pazientemente riesco ad inserirmi nel flusso dei fedeli che entrano in una delle cappelle laterali. Riesco a sedermi in una posizione privilegiata, per fotografare le posizioni di preghiera e i visi assorti in preghiera. Nessuno fa caso a me, nessuno è infastidito dal mio fotografare, ed io cerco di rispettare ogni loro movimento.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/SIL_3804.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-836" title="SIL_3804" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/SIL_3804-300x219.jpg" alt="" width="300" height="219" /></a></p>
<p>E’ una bella sensazione essere lì, fra i fedeli, tutto contribuisce a creare una forte spiritualità.</p>
<p>Nel primo pomeriggio Sara mi raggiunge in macchina a Echmiadzin e insieme decidiamo di andare a Metsamor, un paese poco distante, famoso per la presenza di un importante sito archeologico e (tristemente) famoso per la presenza di una centrale nucleare, di origine sovietica e aperta nello stesso periodo di Chernobyl. I quattro enormi reattori della centrale sono già visibili dalla strada, non appena lasciamo Echdiamzin. Tutto intorno la zona è pianeggiante, quindi è facile seguire la strada con lo sguardo, vedendo i reattori che si avvicinano.</p>
<p>Su internet si trovano molte foto della centrale, da ogni angolatura possibile, questo mi fa pensare che non ci siano restrizioni da punto di vista fotografico, per lo meno nella parte esterna. Così ci avviciniamo, lasciando la macchina sulla strada e camminando per un po’ verso la centrale, attraverso il campo. Non vediamo guardiani al cancello, ma rimaniamo lontane. Io scatto le foto. Poi in accordo con Sara ci avviciniamo, pensando che se i guardiani ci hanno visto è inutile nascondersi, poiché lì è tutto campo aperto. Sara pensa anche che non sia difficile chiedere di poter entrare. All’ingresso escono due guardie in divisa mimetica e fanno una serie di domande in armeno. Sono tranquilli, ma sospettosi, allora noi cerchiamo di far capire che siamo turiste e che ce ne stiamo andando. La situazione si complica, loro ci fermano e uno inizia a fare telefonate, mentre l’altro mi prende di forza la macchina. Arriva il loro superiore, il capo delle guardie, e nemmeno lui parla inglese e fa un sacco di telefonate. Io e Sara ci guardiamo, io non so se aver paura o rimanere tranquilla, ma lei cerca di tranquillizzarmi dicendo che è a causa dell’eredità della burocrazia sovietica che ci stanno facendo perdere tempo, ma che non ci saranno problemi  Allora decido che è ora di chiamare Laura, le spiego la situazione e lei mi dice di aspettare qualche minuto. Dopo poco mi richiama, passo il telefono al capo guardia. So solo dopo, dalla voce di Laura, quello che lei gli ha detto. Lo ha minacciato di arrivare immediatamente con un avvocato, poiché noi siamo in una strada pubblica ed è illegale prendermi la macchina, inoltre non ci sono cartelli che dichiarino divieti fotografici. Non c’è nulla, solo campagna e strada. Stanno parecchio al telefono, sento la voce di Laura molto arrabbiata.. Ma la mia preoccupazione è per come la guardia tiene la mia macchina, con noncuranza, come fosse un giocattolo. Gli dico di stare attento, perché è delicata, ma lui risponde con “no comment”.</p>
<p>Quando il capo guardia chiude la telefonata con Laura chiama altre persone e dopo un tempo imprecisato, con aria sorridente chiede i nostri passaporti, Sara gli spiega a gesti e con qualche parola armena che è qui per lavoro e che io sono una fotografa. Lui vede il visto del Karabakh sul mio passaporto e capisco l’apprezzamento per il mio essere arrivata fin là, al che sfrutto quando David mi aveva insegnato, ovvero  dico“locklavà”, che è un modo tipico del Karabakh per dire “very good”. Lui incredulo ride e capisco che la tensione si sta sciogliendo. Mi chiede di vedere le foto che ho scattato, vuole solo assicurarsi che non vi siano foto dei guardiani, così quando vede le immagini dei reattori da lontano e nient’altro dice “ok” e ci indica la strada per il museo archeologico.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/SIL_3820.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-838" title="SIL_3820" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/SIL_3820-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Io e Sara risaliamo in macchina senza battere ciglio, prima che qualcuno di loro ci ripensi, e ritorniamo sulla strada principale. Poi Laura mi racconta che lui le aveva detto che avrebbe segnato i nostri nomi su un file ecc ecc.. ma alla fine non l’ha fatto, credo che le sue minacce lo abbiano impaurito, oltre al fatto ha capito le nostre ingenue intenzioni. Saremmo state delle pessime spie.</p>
<p>Ad ogni modo ripartiamo per il museo archeologico che però è chiuso. Così torniamo a Yerevan e ci fermiamo a mangiare un falafel a Cascade. Sara mi racconta della sua vita a Yerevan , è qui da alcuni anni e a breve tornerà in Italia. Lei, ben più di me, ha potuto capire lo spirito degli armeni, la bellezza di questa cultura e di questo popolo. Poi però entrambe conveniamo che il cibo italiano non ha rivali.</p>
<p>La sera esco a cena con Laura e Violetta, per l’occasione ho preparato due compilation di musica italiana anni ottanta, amatissima da Violetta. Andiamo in un tipico ristorante armeno, Afrikian, il nome si riferisce alla numerosa famiglia di proprietari, arredato con i mobili e foto provenienti dalle case dei membri della grande famiglia Afrikian. E’ un posto molo strano, in effetti sembra un’enorme casa. Nella prima stanza c’è un gruppo di musicisti che suonano musiche armene, mentre dal tavolo varie persone si alzano per ballare scatenati, con quei tipici passi che avevo già visto nel video del matrimonio del figlio di Ashot.</p>
<p>Con Laura e Violetta sto sempre bene, sono la mia famiglia armena. Violetta dice questa frase diverse volte e nella commozione generale mi dicono che sono dispiaciute della mia partenza. Anche per me è così, questo luogo, Yerevan e in generale l’Armenia, è una terra estremamente familiare. E questa gente lo è.</p>
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<p>E’ l’ultimo giorno, passato con loro, con Sara, Mary e nel cuore della notte Laura e Violetta si svegliano per portarmi in aeroporto, poi non vogliono che vada sola in taxi. Un altro gesto di grande premura e affetto.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/IMG_2467.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-841" title="IMG_2467" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/IMG_2467-e1352312970823-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/IMG_2471.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-842" title="IMG_2471" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/IMG_2471-e1352313228889-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/IMG_2473.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-843" title="IMG_2473" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/11/IMG_2473-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
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<p>Saluto, con la promessa di tornare presto.</p>
<p>Arrivederci Armenia.</p>
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		<title>ARMENIAN DIARY#3</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Oct 2012 14:38:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Armenia]]></category>

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<p>21 ottobre 2012</p>
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<p>E’ domenica, alle 8,30 arriva il taxi collettivo per portarmi a Yerevan. Saluto Artush e famiglia e salgo sul taxi per condividere le due ore di viaggio con altri ragazzi che per tutto il tempo chiaccherano, ridono e fumano, incuranti del mio disappunto. Io ascolto musica e cerco di dormire, anche se la guida sempre ai limiti dello spericolato non mi aiuta. Solo una volta arrivati a Yerevan il ragazzo più grande prova a parlarmi in inglese e quando gli dico che sono italiana lui risponde la parola magica “Adriano Celentano”, un eroe nazionale in Armenia, chiunque qui lo conosce bene.</p>
<p>Arrivo in un nuovo hotel, Villa Aghiazdor, dello stesso proprietario di Villa Delenda, un luogo curato in ogni minimo dettaglio, molto accogliente.</p>
<p>Il tempo di fare una doccia, sistemare un po’ di cose e poi cammino verso casa di Laura, dove ho promesso di cucinare pasta e piadina romagnola. Essendo in anticipo mi fermo in una chiesa che trovo per strada, c’è la funzione religiosa, noto le donne in preghiera con il capo coperto e la messa cantata dal gruppo dei preti. L’ultima scena della messa è di un gruppo di persone che vanno verso l’altare, il prete stende un telo decorato molto grande e tutti stanno sotto, lievemente chinati a pregare. E’ una scena strana, molto forte.</p>
<p>Esco e dopo aver comprato vino e dolci fermo un taxi e chiamo Laura che spieghi al taxista l’indirizzo. Arrivata da Laura andiamo insieme a fare la spesa, compriamo tutto il necessario per pasta pomodoro-olive-capperi e crescioni pomodoro e mozzarella. A casa di Laura c’è Violetta la madre e le dico che sono essere felice di passare la domenica con loro. Sono preoccupata per la riuscita dell’esperimento, visto che è la prima volta che preparo piadina e crescioni e non è in Italia. Prima di arrivare ho aggiornato il mio vocabolario inglese con i termini tecnici necessari in cucina: padella antiaderente, bicarbonato, colapasta ecc..</p>
<p>Dopo un paio d’ore di lavoro e di organizzazione, poiché la cucina di Laura è piccola e possiamo fare una cosa alla volta, l’esperimento riesce, il primo crescione è ottimo e lo dividiamo in tre parti, fra abbracci e urletti. Da quel momento diventa un lavoro d’equipe, Laura stende la pasta, io la riempio con pomodoro e mozzarella e la cuocio. Nel frattempo preparo il sugo e cuociamo la pasta.</p>
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<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/553426_10151107515410905_1567017296_n.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-796" title="553426_10151107515410905_1567017296_n" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/553426_10151107515410905_1567017296_n-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
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<p>Quello che doveva essere un pranzo diventa una mezza cena, poiché mangiamo alle 5. Laura e Violetta sono fantastiche, mangiamo e parliamo dell’Italia scherzando sull’idea di aprire un piadina-bar a Yerevan. Alla fine del pranzo Violetta mi porge un regalo: una collana d’argento con un ciondolo a forma di libro. Le pagine piccolissime si aprono e all’interno è incisa una preghiera scritto in armeno antico. La ringrazio, il regalo è davvero bellissimo e non me lo aspettavo. Da quel momento mi chiama Silvia-gian, che in Armenia è un modo più intimo e familiare di rivolgersi ad una persona.</p>
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<p>23 ottobre 2012</p>
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<p>Shushan, la mia nuova guida per rndue giorni, arriva puntualissima alle 9,30 all’hotel dove mi trovo, vicino alla stazione di Yerevan. La strada per la prima tappa, il museo di Noravank, è piuttosto lunga, e ci fermiamo per comprare frutta e noci. Shushan ha una guida rilassata e tranquilla, non mi accorgo della strada, è molto gentile e disponibile e parla perfettamente l’italiano. Appena fuori dalla capitale, attraversando la regione Ararat, il paesaggio cambia velocemente, cominciamo a salire e le strade si arrampicano per montagne spaccate. Ogni tanto le chiedo di fermarsi e scendo per scattare qualche foto, anche lei ha la macchina fotografica e spesso mi segue. Uno dei primi giorni in Armenia ho scoperto che  ha pubblicato un bel libro di fotografie a colori di panorami e monasteri armeni. Viaggiare con una persona che comprende le mie esigenze fotografiche, anche le più insolite, mi da maggiore libertà nella scelta dei paesaggi e dei soggetti.</p>
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<p>La prima delle due tappe della giornata è il bellissimo monastero di Noravank. La strada in salita, fra le montagne dai colori accesi, è tanto sorprendente quanto la vista del monastero stesso.</p>
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<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_2373.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-797" title="SIL_2373" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_2373-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" /></a></p>
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<p>Il cielo è coperto, la luce è bianca e ci sono pochi turisti, la condizione migliore per vederlo e fotografarlo. Appena arriviamo ritrovo i due ragazzi tedeschi lasciati a Gyurmi che mi raccontano del procedere del loro viaggio e incontro anche un’altra guida, conosciuta i primi giorni a Yerevan.</p>
<p>Mi sembra curioso trovare tre persone che conosco, nello stesso luogo, in Armenia.</p>
<p>Shushan mi spiega accuratamente le caratteristiche di Noravank, la sua bellezza architettonica, e mi fa notare la particolare posizione strategica. I colori della pietra, i katchkar (croci intagliate nella pietra) incastonati nei muri esterni della chiesa, le montagne rosse che svettano dietro, tutto contribuisce a creare la meraviglia di questo luogo. Pranziamo nel ristorante a fianco al monastero, Shushan conosce bene il luogo e il cibo – formaggi e verdure – è di ottima qualità.</p>
<p>Stiamo percorrendo le regioni del sud, in particolare lo Syunik, fino a Goris, punto finale del nostro percorso. Mi rendo conto che questa porzione di viaggio non è fatta solo di luoghi da raggiungere, ma sopratutto di attraversamenti di paesaggi mutevoli. Sono interessata alla destinazione tanto quanto al percorso in sé. La strada, con diverse soste per scattare foto al paesaggio roccioso, ci porta al sito di Zorats Kare, definita la Stonehenge dell&#8217;Armenia. Il luogo è una distesa di megaliti, circa duecento, alcuni alti fino a tre metri. Molte pietre hanno sulla sommità un foro circolare e ciò dimostra che il luogo era stato pensato come un vero e proprio osservatorio celeste. Ogni foro è il punto di vista per una precisa costellazione. Le pietre sono disposte in maniera circolare e ricoperte da un muschio grigio-verde. Shushan si limita a descrivere le funzioni astronomiche del sito, perché il luogo non ha bisogno di altri racconti, è di per sè estremamente evocativo.</p>
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<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_2496.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-798" title="SIL_2496" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_2496-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
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<p>Le chiedo della distesa di petroglifi che si trova nella stessa regione, ma mi dice che si trovano in alta montagna e li si può raggiungere solo nei mesi estivi, perché lì è g arrivata la neve.</p>
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<p>Ripartiamo per Goris, dove Shushan ha prenotato un hotel molto confortevole. La stagione turistica è finita e noi siamo le uniche due ospiti. Shushan conosce bene la proprietaria dell’hotel e passano molto tempo a parlare in armeno. Ogni tanto comprendo qualche parola qua e là, così posso fare supposizioni sul tema trattato, che Shushan può confermare o meno. L’armeno è una lingua complessa, con un alfabeto di 36 lettere, alcune difficilmente pronunciabili perché molto lontane dai suoni dell’alfabeto italiano.</p>
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<p>Dalla finestra della mia camera vedo le rocce sporgenti dalle montagne di fronte, illuminate dal basso, e l’immagine è quella di un paesaggio surrealista.</p>
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<p>24 ottobre 2012</p>
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<p>Partiamo per Tatev, il monastero che in quanto a posizione sperduta non ha rivali. Nel percorso ci fermiamo per fare foto a paesaggi, rapaci, fiori insoliti. E la prima sosta verso Tatev è per vedere il “ponte del diavolo” una roccia calcarea dalla posizione insolita. Lì un gattino di pochi mesi miagola e ci viene incontro.</p>
<p>Per raggiungere Tatev bisogna percorre molte curve e poi decidere se continuare per alcuni km di tornanti di strada sterrata in salita o lasciare la macchina e prendere la teleferica che in undici minuti raggiunge il monastero, attraversando uno strapiombo di trecento metri. Soffrendo di vertigini dico a Shushan che sarei felice di fare il percorso in macchina, anche per poter arrivare sulla montagna opposta per avere la visuale del monastero da lontano. La posizione di Tatev ha dell’incredibile: un monastero arroccato su un pezzo di roccia che sporge dalla montagna.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_26251.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-803" title="SIL_2625" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_26251-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
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<p>E’ un complesso monastico mantenutosi quasi completamente integro, sfuggendo a guerre e distruzioni grazie alla sua posizione isolata. Shushan mi fa una breve visita guidata del luogo, mostrandomi katchkar particolarmente interessanti e  dettagli della costruzione del monastero.</p>
<p>Non c’è molto turismo in questi giorni e questo permette di godere dei luoghi con estrema tranquillità. Rimaniamo a pranzo nei pressi di Tatev, in un ristorante con vista panoramica sul paesaggio intorno. La seconda parte della giornata è rivolta alla visita del villaggio rupestre di Khndzoresk, un vero e proprio pese scavato nelle rocce, abitato fino agli anni 50, poi durante il periodo sovietico fu fatto evacuare e gli abitanti trasferiti in nuove case costruite in cima alla montagna. Ci fermiamo a osservare il villaggio dall’estremità della montagna di fronte, dove un armeno emigrato negli Stati Uniti ha fatto costruire un agevole punto di osservazione. Molti armeni, che a causa della diaspora sono nati o si sono trasferiti in una altro paese, sono  tornati nei loro luoghi d’origine per realizzare opere a beneficio del loro popolo.</p>
<p>A guardarlo da lì quel villaggio sembra un enorme animale con tanti occhi.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_2767.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-804" title="SIL_2767" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_2767-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Proseguiamo verso Goris, di ritorno all’hotel, fiancheggiando la montagna che in queste zone è costituita da particolari formazioni di rocce sporgenti, quelle che in Turchia hanno il nome di “camini delle fate”. Sembrano in effetti tanti camini di case delle fiabe. Arriviamo in un punto di Goris dove il cimitero, anche luogo di pascolo, confina con l’inizio delle rocce. Il mix dei tre elementi è una vista insolita. Shushan mi fa notare che uno di questi “camini” si trova nel cortile di una casa. Lo scorso anno, volendo vederlo da vicino, ha avuto modo di conoscere la famiglia proprietaria del giardino. Mi chiede se mi va di fare una visita a quelle persone. Così chiama e dice che andremo a trovarli. Compriamo dolci per le bambine e prima di entrare Shushan mi avverte dello stato di grande povertà in cui versa la famiglia e della decadenza della casa. Quando arriviamo sono tutti al balcone ad attenderci, le due bambine di dieci e dodici anni ci vengono incontro con grandi sorrisi ed espressioni di gioia. Salutiamo tutti ed entriamo. In effetti la casa è molto povera. Uno stanzone con un letto, un divano e delle sedie, in cui vivono due famiglie con bambini più i nonni. Attaccati al muro i resti di una carta da parati a fiori, scolorita e ingiallita dal tempo. In fondo allo stanzone c’è una porta chiusa, fuori, sulla veranda di ingresso alla casa, ho notato il bagno e un lavandino con lo specchio. Tutti fanno grande festa a Shushan e a me, ci fanno sedere e in poco tempo riempiono il tavolo di dolci, frutta e di tisane alla menta appena raccolta dalle bambine. Anche in una casa così povera il cibo è presentato in modo pulito e solenne, su piatti con decorazioni dorate. Mangio un’ottima mela al forno riempita di noci e cannella. Le due donne mi guardano e chiedono a Shushan la mia età. Una delle due le risponde di avere un anno più di me, e ha un figlio che fa il servizio militare in Nagorno Karabakh, in prima linea sul fronte con l’Azerbaijan. Lo dice con gli occhi lucidi e nel frattempo le bambine sono corse nell’altra stanza a prendere il raccoglitore di foto che mi mostrano orgogliose. Sono le foto del ragazzo in divisa militare, durante il servizio. Ce ne è una in particolare che mi colpisce: il ragazzo con la divisa, seduto a terra vicino ad una grande cartucciera piena di munizioni, disposta a terra nella forma di un grande cuore. Mentre stiamo mangiando e guardando le foto, con le pazienti traduzioni armeno-italiano e viceversa da parte di Shushan, entra il nonno e, con una mano stretta sul cuore, dice qualcosa alla nuora. Ovviamente non capisco il significato delle parole, ma vedo che sta succedendo qualcosa di grave. L’uomo si sente male e la nuora si affretta a chiamare un’ambulanza. Tutti si alzano e cominciano a sparecchiare, Shushan allarmata cerca di capire e poi mi spiega. L’uomo, avrà meno di settant’anni, soffre di cuore e da due mesi, ogni due o tre giorni si sente male, così chiamano l’ambulanza. La mia domanda più che ovvia è perché non è ancora stato ricoverato. Shushan mi spiega che in Armenia gli ospedali sono a pagamento e che loro non possono permettersi un ricovero e un’operazione al cuore, l’ambulanza invece è gratuita. In pochissimo tempo, mentre noi usciamo di casa e ci sediamo in veranda e tutti si muovono indaffarati e allarmati per la casa, per sistemare il nonno, arrivano gli infermieri. Le donne della casa sono dispiaciute che la nostra visita sia stata interrota da quell’evento, ma Shushan ovviamente dice loro di non preoccuparsi. Gli infermieri fanno una puntura all’uomo, lo calmano, le bambine entrano ed escono dalla stanza e ci portano noci e frutta, è già passato il tramonto da un po’ e tutta la scena avviene nella bassa luce della casa e nella semioscurità della veranda. Il pensiero è per quell’uomo che probabilmente non potrà curarsi, ma dovrà attendere ogni volta frammenti di cure.</p>
<p>Aspettiamo che la situazione torni calma e salutiamo tutti, nel doppio dispiacere delle donne e delle bambine, per la nostra partenza e per quanto è accaduto, loro malgrado. Lo dicono con sincerità e dignità, con il calore di una grande famiglia unita.</p>
<p>Le bambine ci accompagnano fino alla macchina regalandoci un sacchetto pieno di noci e mele raccolte nel loro orto.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_28241.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-808" title="SIL_2824" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_28241-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Torniamo in hotel, ceniamo lì anche se la mia fame è notevolmente diminuita a causa dei dolci, delle mele e degli eventi. A tavola si uniscono anche le donne che lavorano in hotel, essendo finita la stagione turistica vogliono festeggiare con noi.</p>
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<p>Con Shushan in questi due giorni ho parlato spesso della storia dell’Armenia. Anche lei come Artush conosce molto bene la storia complessa e triste del suo paese.</p>
<p>Oltre alle dominazioni del lontano passato, il mio interesse e le conseguenti domande si concentrano sulla storia recente, a partire dalla diaspora del popolo armeno all’inizio del Novecento. Shushan mi parla della grande azione di oscuramento di questo pezzo di storia da parte del popolo turco. Mi parla di Ani, l’antica capitale dell’Armenia, che ora si trova in territorio turco. C’è un punto del confine fra Armenia e Turchia da cui, con un buon binocolo, è possibile vedere i resti dell’antica città. Mi racconta del monte Ararat, simbolo da sempre dell’Armenia, ma per metà nazionalità turca. Poi passiamo visivamente sull’altro lato della mappa e torniamo a parlare dell’Azerbaijan, della guerra che dal 1992 al 1994 si svolse nel territorio del Nagorno Karabakh per l’indipendenza dello stesso dal dominio azero. Il Karabah si autoproclama indipendente nel 1992. E’ una regione dell’Aremnia che è divenuta nazione. Ciò che Shushan, come hanno fatto già Laura e Artush, è di restituirmi con grande dignità il senso profondo del complesso dolore di questa nazione, tormentata da guerre e terremoti, da una storia fatta di grandi ingiustizie. Penso che stare diversi giorni in questa terra, attraverso la somma dei racconti, mi stia facendo entrare molto profondamente nel clima emotivo dei luoghi. Diversamente sarebbe un passaggio turistico come tanti altri, condito da racconti e da visite ai musei di storia. Così entro lentamente nel clima del luogo, pronta per andare in Karabakh con un nuovo autista che domani verrà a prendermi dalla capitale, Stepanakert.</p>
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<p>25 ottobre 2012</p>
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<p>Questa mattina di nuovo la sveglia non ha suonato, è evidente che il mio telefono ha dei problemi, ad ogni modo non avevo nessun impegno se non aspettare il nuovo autista. Mi sveglia Shushan e facciamo colazione insieme. Lei ripartirà per Yerevan, io andrò in Karabakh. David, l&#8217;autista, arriva in tarda mattinata, e Shushan gli spiega in armeno le mie esigenze, i luoghi che vorrei visitare e con un sorriso gli dice di andare piano in macchina, viste le mie precedenti esperienze.</p>
<p>Saluto Shushan e la ringrazio per i due giorni, sicuramente la parte più intensa del viaggio fino ad ora, grazie sopratutto ai suoi modi gentili e profondi.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/IMG_2441.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-809" title="IMG_2441" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/IMG_2441-e1351528224451-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
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<p>Sto per salire in macchina con David, questa volta una Mitsubishi (stessa marca di quella di Shushan), quando sento che mi dice qualcosa e noto che ha il volante sul lato destro, allora devo salire dalla parte opposta. E’ una sensazione strana, anche perché, dopo i primi chilometri, scopro che David ama guidare come fosse in Inghilterra, cioè sposato su buona parte del lato sinistro della strada, tranne quando ovviamente arriva una macchina nel suo pieno diritto, allora si scansa. David parla un po’ di inglese, allora gli dico sorridendo che non siamo a Londra e che è il caso che stia sulla destra. Lui sorride e mi chiede se voglio guidare. Ha una faccia simpatica, fuma moltissimo, anche in macchina, e noto che ha  collo e mani coperte di cicatrici da bruciature. Mentre percorriamo la strada per il Karabakh, circa cento chilometri da Goris, si ferma a salutare un signore in divisa militare, noto che anche lui ha il viso pieno di cicatrici. David alora mi racconta che dopo la guerra ha fatto per anni il “mineseeker”, il cercatore di mine antiuomo nel territorio del Karabakh. Dopo la fine della guerra sono morte molte persone a causa delle mine, ed il processo di pulizia del territorio è ancora in atto. Una di queste mine gli è esplosa e l’ha reso in parte invalido. L’uomo che ha salutato poco prima era il suo superiore. L’arrivo in Karabakh è veloce, il paesaggio dalle montagne rocciose della regione di Syunik diventa più morbido, più caldo. Arriviamo al posto di controllo passaporti ascoltando buona musica, soprattutto Leonard Cohen. David è felice di sapere che mi piace la sua compilation, così alza il volume.  Al controllo passaporti mi dicono che a Stepanakert dovrò andare a fare il visto e mostrarlo al ritorno, quando rientrerò in Armenia.</p>
<p>Arrivati a Stepanaker, David mi porta a fare il visto, che mi viene consegnato in pochi minuti. Lo hanno attaccato sul passaporto, questo significa che se volessi andare in Azerbaijan, con il visto del Karabakh non potrei entrare.. avrei dovuto chiedere di darmelo separato, ma non ho alcun motivo di voler andare in Azerbaijan, quindi non mi importa. Usciti dall’ufficio ci dirigiamo a casa di David, in una zona popolare della capitale, dove noto subito i fili dei panni stesi ad asciugare, tirati fra le due file di palazzi.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_3136.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-811" title="SIL_3136" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_3136-300x197.jpg" alt="" width="300" height="197" /></a></p>
<p>La casa di David è modesta e piccola, uno stanzone che funge da salotto, cucina e forse in parte anche camera da letto. Ha un grosso computer, e suo figlio più grande sta giocando con un ipad. La moglie, che parla un buon inglese, mi viena incontro e mi invita ad entrare. David mi mostra orgoglioso la sua collezione di frecce e coltelli di tutte le epoche, da quella primitiva a all’inizio del 900, trovati scavando nelle terre del Karabakh, e spesso avvalendosi di un metal detector. La moglie sta cucinando e mentre cucine mi fa tante domande sul mio lavoro, sul mio soggiorno in Armenia e tanto altro. In poco tempo ha allestito un pranzo per tre, quindi visto che i bambini sono fuori a giocare, suppongo che l’invito sia anche per me. Mi invitano a prendere vino al melograno e fanno un brindisi al mio arrivo in Karabakh (Artsakh in armeno). Mangio patate e altre verdure, dico che non mangio carne per spiegare perché non mi servo da quel piatto e loro chiamano qualche amico al telefono per ordinare un piatto speciale della loro terra: pane ripieno di erbette selvatiche di tutte le qualità. Finito il pranzo a casa,  David mi portar a prendere, così saluto la moglie e i bambini e ringrazio per il pranzo. David mi porta a casa di una signora che ne sta cucinando tanti e ne compra parecchi. Me ne da subito uno, che mangio in macchina, davvero ottimo.</p>
<p>Poi mi porta in hotel, mi da altri pani da tenere per la colazione e mi saluta, dicendomi che verrà a prendermi domattina alle 9.30.</p>
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<p>26 ottobre</p>
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<p>David è in ritardo, ma mi fa chiamare dalla moglie per avvertirmi.</p>
<p>Mentre lo attendo mi siedo nella hall dell’hotel e scambio qualche parola con un signore che sta facendo colazione, finiamo per parlare quasi subito del cibo in Armenia e quando gli dico di non mangiare carne gli si illuminano gli occhi. Anche lui, mi dice, è vegetariano, e medita di aprire con la moglie un ristorante a Yerevan. Ci scambiamo i biglietti da visita con la promessa di rivederci più tardi.</p>
<p>David è con la moglie, poiché lei parla inglese potrà capirmi. Partiamo con una visita alla città di Shushi. I segni della guerra sono ancora molto evidenti, sebbene siano passati vent’anni dal conflitto. Shushi è stato un luogo di scontri fra azeri e karabakhi, ci sono ancora molti palazzi distrutti e mai ricostruiti, segni di pallottole nelle facciate delle chiese, e case sventrate un po’ ovunque. Andiamo a visitare la bella chiesa bianca della città, che durante la guerra fu usata dagli azeri come deposito <a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_2899.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-812" title="SIL_2899" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_2899-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>di munizioni e armi, il cimitero e poi entriamo in un palazzo ora abbandonato, che fu casa di un ricco abitante della città.</p>
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<p>David parla in armeno e Irene, la moglie, traduce pazientemente le sue spiegazioni. Fuma moltissimo, una sigaretta dietro l’altra, soprattutto mentre guida. Dopo Shushi torniamo a Yerevan, dove David e Irene vano a prendere i loro due figli a scuola e li lasciano a casa dei genitori di Irene, poi ci muoviamo in direzione opposta, verso la fortezza di Askeran, il paese azero raso al suolo di e il sito archeologico di Tigranakert. E’ una strana vista, luoghi distrutti, riassorbiti dalla natura, i segni della guerra convivono con le vestigia del passato. Attraversando il campo noto da lontano lo scheletro di un autobus sulla cima della collina. Vorrei avvicinarmi per fotografarlo meglio e chiedo a David, anche perché da lontano noto che ci sono delle antiche lapidi vicino, ma lui mi ferma e mi dice che, sebbene il sentiero sia in parte battuto,  potrebbe essere pericoloso. Mi indica un punto della collina e mi dice che lì, un po’ di anni fa, gli è esplosa addosso una mina antiuomo. Da quel momento mi fa notare un cartello che indica i terreni bonificati dalle mine. Dove i cartelli mancano non c’è garanzia totale di sicurezza, sebbene siano passati vent’anni dalla guerra. E’ tutto molto triste, e più tardi leggo in un documentario sul lavoro di Mineseeker, dove compare anche David, che “se passi su una mina, anche se è di 50 anni prima, salti in aria”. <a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_3002.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-813" title="SIL_3002" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_3002-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_3008.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-815" title="SIL_3008" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_3008-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Torniamo in macchina e visitiamo altri luoghi nel percorso, e spesos per strada incontriamo carri armati, per strada o fermi, e militari ovunque. Rientrati a Stepanakert, chiedo di portarmi a vedere il museo militare. Aperto dalle madri che hanno perso i loro figli nella guerra, il museo raccoglie foto dei patrioti morti in guerra, dal 91 al 94, 6000 uomini, quasi tutti molto giovani. Le loro foto, tutte della stessa dimensione, sono disposte a formare la mappa del Karabakh. David indica alla moglie foto di ragazzi che entrambi conoscevano e parla con la signora che ci ha accolti, racconta che ha perso due figli nella guerra.</p>
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<p>La sera incontro Arman, il signore vegetariano e si offre di accompagnarmi a cena, visto che è difficile trovare ristoranti dove capiscano l’inglese, e quindi le mie esigenze: no carne e no coriandolo. Ceniamo in un tranquillo ristornate, a base di verdure e formaggi, parlando di alimentazione, di Italia e di Armenia, sebbene Arman abbia un inglese un po’ arrugginito e spesso colgo il suo imbarazzo nel non riuscire a spiegarsi.</p>
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<p>27 ottobre</p>
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<p>David e Irene arrivano quasi puntuali, oggi la prima tappa è il monastero di Gandzasar. Il monastero si trova vicino ad un paese dove un ricco armeno che vive in Russia ha costruito due hotel di gusto discutibile: il primo è a forma di nave (chiamato dai locali Titanic), e il secondo più “normale” nella struttura, è circondato da statue di leoni, finte donne in bronzo su finti lettini che prendono il sole nude, statue che rappresentano bambini gioiosi e soprattutto una testa di leone enorme intagliata nella montagna di lato all’hotel, con gli alberi che fungono da chioma.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_3056.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-817" title="SIL_3056" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_3056-300x206.jpg" alt="" width="300" height="206" /></a></p>
<p>David mi chiede se il posto mi piace e io gli rispondo che lo trovo “rabiz” (in armeno : di cattivo gusto). Lui ride e si accende la decima sigaretta della mattina.</p>
<p>Poi mi chiede dove voglio andare e io gli mostro un elenco di luoghi dai nomi impronunciabili, scritti sul mio quaderno. Lui li valuta attentamente e mi dice che sono tutti molto, troppo lontano. Allora insisto sul monastero di Dadivank, che la guida dice essere imperdibile, David mi dice “very very far”, ma non capisco se stia scherzando o no. Ad ogni modo accende la macchina, mi guarda con aria interrogativa un’ultima volta e parte.</p>
<p>Il monastero sembra essere davvero lontano, ma per un po’ la strada è buona. Arriviamo intorno all’una ad una stazione di sevizio che ha gas, David si ferma per fare rifornimento, ma ben presto scopre che la pompa non funziona. Il problema è che non si sa quando verranno a ripararla, allora fa una serie di ipotesi con la moglie. Alla fine si decide di fermarci di fianco al distributore dove c’è un ristorante. O meglio, loro lo chiamano ristorante, a me sembra una baracca spoglia, con qualche tavolo all’esterno. Ad ogni modo ci fanno entrare prima in una stanza con il camino dove beviamo un te alla menta e poi in un’altra con un tavolo e una panca e parecchie mosche che circolano. In breve  arrivano verdure, carne, formaggi e pane caldo. Da bere vodka e acqua.</p>
<p>Mangiamo e mentre David e Irene fanno fuori un piatto di carne mi chiedono perché sono vegetariana..</p>
<p>Il tempo passa,ogni tanto David va a controllare se ci sono novità al distributore, ma non ce ne sono. Così usciamo, fuori noto un’amaca fatta con una vecchia rete del letto. Sembra comoda e mentre la scruto la padrona di casa arriva a portarmi un materasso per rendere l’amaca più confortevole. David mi dice di riposare un po’ e in effetti si sta bene.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/IMG_2445.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-818" title="IMG_2445" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/IMG_2445-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Dopo un’altra ora lo vedo arrivare e mi dice di salire in macchina. Ha trovato qualcuno che gli ha dato un po’ di gas dalla propria macchina e così abbiamo il carburante necessario per arrivare al monastero.</p>
<p>nel frattempo però la luce sta calando e dico a David che se non arriviamo in fretta tutta quella fatica sarà inutile perché non potrò fotografare. Lui dice “i’t s far but we go” e ride. Così proseguiamo per altri chilometri fra le montagne, la strada si fa più stretta e le montagne più cupe, il monastero sembra non arrivare mai. Ad un certo punto mi spazientisco e dico che non è importante, che non c’è più luce e che voglio tornare in hotel, ma lui mi dice che mancano davvero pochi minuti. In effetti il monastero è bellissimo. Nascosto fra le montagne, arroccato e ben protetto, è rimasto quasi completamente integro. Ci siamo solo noi e un bambino che vende le consuete candele arancioni. La vista del luogo ripaga la giornata persa, anche se posso scattare solo pochissime fotografie perché la luce è finita.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_3111.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-819" title="SIL_3111" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_3111-300x218.jpg" alt="" width="300" height="218" /></a></p>
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		<title>ARMENIAN DIARY #2</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Oct 2012 07:49:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>14 ottobre</p>
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<p>Partenza in mattinata per Hechmiadzin, definita il “Vaticano” degli armeni, il luogo di culto dove quasi ogni domenica fa la sua comparsa il Catholicos, il Papa armeno. Sono con Laura e sua madre, Violetta. Entrambe amano l’Italia e tutto il viaggio in macchina è dedicato a ricordare canzoni e cantanti italiani. “Biagio, Eros, Toto..”.</p>
<p>A Echmiadzin c’è tanta gente che va a vedere la funzione domenicale, i preti armeni indossano vestiti neri e cappucci a punta e pregano riuniti in semicerchio. Vista da lontano, la scena sembra appartenere alla magia nera. Laura mi dice che da piccola era terrorizzata da queste figure nere incappucciate.</p>
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<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1250-copia1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-758" title="SIL_1250 copia" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1250-copia1-300x201.jpg" alt="" width="300" height="201" /></a></p>
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<p>A circa mezz’ora dall’inizio della funzione inizia un suono di campane, una vera e propria melodia. C’è un po’ di trambusto in chiesa, le donne si coprono il capo e aiutano gli uomini a creare un corridoio dall’altare fino all’uscita. Un uomo anziano passa con una scatolina e consegna a tutti, me compresa, un po’ di sabbia profumata. Non so cosa sia, sembra incenso, ma è molto appiccicoso e profuma di resina di pino. Tutti si preparano per l’arrivo del Catholicos e le campane continuano a suonare insistentemente la stessa melodia. Mentre attendiamo arriva un gruppo di ragazzini sui dodici anni e mi chiedono in inglese se possono farmi delle foto con loro. Non capisco se è uno scherzo, ad ogni modo accetto, così si alternano vicino a me passandosi le macchine fotografiche. Mistero..</p>
<p>Arriva il Catolichos, si trova in fila in mezzo agli altri religiosi e in processione si avvicinano alla chiesa. Tutti gli corrono vicino per farsi benedire, così mi butto anche io e ad un certo punto la sua mano mi tocca la testa.</p>
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<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/02.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-759" title="02" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/02-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p>La messa continua e noi decidiamo di andare a pranzo. Laura prenota in un grazioso ristorante dove buona parte del ricavato viene dato in beneficenza per sostenere progetti di carità dedicati ai bambini.</p>
<p>Vicino al nostro tavolo arriva una comitiva di italiani. Dall’accento capisco che sono romagnoli, così vado a salutarli e scopro che sono di Savignano sul Rubicone. C’è anche il sindaco e così finisce che brindiamo e facciamo foto assieme.</p>
<p>Dopo aver visitato il sito archeologico di Zvartnos ripartiamo per Khor Virap, il monastero più vicino al monte Ararat, al confine con la Turchia. Dal monastero si intravedono i cancelli del confine. E’ un luogo che gli armeni amano molto poiché fu per anni la fortezza-prigione di Gregorio Illuminatore, uno dei Santi più importanti dela chiesa apostolica armena.</p>
<p>Ripartiamo e, arrivati a Yerevan, ci fermiamo a cena in un ristorante in mezzo al giardino. Con Laura e sua madre parliamo di segni zodiacali, di destino, di abitudini italiane e armene. Sono persone speciali.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/foto10.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-769" title="foto" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/foto10-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
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<p>15 ottobre</p>
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<p>Avevo puntato la sveglia molto presto per essere alle 8 pronta per la partenza per la città di Vanadzor, ma sfortunatamente non ha suonato, così alle 7.40 Laura mi telefona per dirmi che entro dieci minuti il taxi sarà lì.</p>
<p>In pochi minuti chiudo la valigia e scendo un po’ stravolta.  Il taxista raggiunge zone popolari di Yerevan per caricare altre persone. Qua funziona che gli spostamenti da una città all’altra si possono organizzare (per 3-4 euro a testa), quando almeno 4 persone vanno nella stessa città. La strada per Vanadzor è lunga e come sempre un po’ dissestata, ma il taxista non è minimamente preoccupato e corre senza paura.</p>
<p>Arrivo a Vanadzor, nella casa B&amp;B che mi ha prenotato Laura. Mi viene incontro una signora che parla in armeno, ma mi fa capire dov’è la mia camera e poi telefona alla padrona di casa e me la passa per dirmi che a breve arriverà suo marito, il mio autista per i prossimi tre giorni.</p>
<p>La mia stanza è in una depandance della casa, in giardino, in un luogo molto accogliente.</p>
<p>A mezzogiorno arriva Ashot, il mio autista, ha la faccia simpatica e anche se parla un inglese buffo e stentato, ci capiamo facilmente. Nel pacchetto della prenotazione al b&amp;b c’è anche la cena con loro. Faccio vedere un foglio scritto in armeno da Laura che dice “non mangio carne di nessun tipo”, la cameriera lo legge attentamente  e un po’ interdetta annuisce.</p>
<p>Dopo un piccolo pasto “little food” nel linguaggio di Ashot, partiamo per la valle del Debed. Ashot ha una lada bianca, nuovo modello (1991), come molti in Armenia. La tocca e dice “fiat, italian Machine”. in effetti assomiglia alle vecchie 128. Dentro ha una radio con musicassetta e collegato all’impianto  uno strano lettore di flash card. Inserisce la chiavetta, accende la radio e parte una musica a tutto volume, con un’ottima qualità del suono. Mi spiega che ama diversi tipi di musica, così nei successivi viaggi passiamo dalla musica classica ai Rolling Stones e ai Pink Floyd (Ashot cerca di spiegarmi con grandi movimenti delle mani, quanto siano “cosmo music”, ovvero grandiosamente oltre i generi musicali.</p>
<p>Fin da subito è chiaro che Ashot non conosce il concetto di curva pericolosa. Percorriamo tortuose strade di montagna e quando vede una curva comincia a stringere più forte il volante, a mettersi nel centro della strada – non importa se c’è un’altra macchina dall’altra parte &#8211; e a girare il volante con piccoli scatti nervosi. Tutto questo ad una velocità mai sotto i 100. Quando poi trova un veicolo che sembra andare troppo piano, gli arriva vicinissimo, suona indignato e lo supera con un rumoroso scatto della lada, possibilmente sempre in curva. Io rimango aggrappata alla maniglia laterale per tutto il tempo, cercando di distrarlo sperando che rallenti un pò.</p>
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<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1436.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-772" title="SIL_1436" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1436-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
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<p>Ad ogni modo, tranne rare eccezioni, qua guidano tutti più o meno così, quindi pare ci si debba fidare (e pregare).</p>
<p>Visitamo due ioncantevoli monasteri, Hagpat e Sanhain, patrimonio dell’Unesco. La dinamica è sempre la stessa: deviazione dalla statale su strada dissestata, attraversamento di paesino, montagne e monastero e almeno uno o due bancarelle di souvenir.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1328.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-762" title="SIL_1328" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1328-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1419.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-763" title="SIL_1419" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1419-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Nel secondo monastero un prete armeno mi spiega con un inglese quasi divertente quanto sia antica quella chiesa, mi fa vedere le incisioni sulle pietre e i ritrovamenti di vasi nei dintorni.</p>
<p>Poi dice ad Ashot che c’è un’altra chiesa sperduta da vedere, non molto distante. Ashot non la conosce ma mi ci porta volentieri e per strada si ferma a chiedere diverse volte, perché non ci sono mai cartelli a segnalare i luoghi. In effetti la chiesa è davvero sperduta, si trova vicino ad un cimitero di antichi khatchkar (croci intagliate nella pietra). Mangiamo una mela dalla borsa di Ashot guardando il paesaggio intorno, è quasi il tramonto. Ripartiamo per Vanadzor, dove Marina, la moglie di Ashot ha cucinato ogni genere di verdure. Se non fosse per il coriandolo, una spezia che sembra prezzemolo ma con tutt’altro sapore, sarebbe tutto ottimo.</p>
<p>Al b&amp;b incontro una ragazza italiana, Sara, è in Armenia da un anno e mezzo, per lavoro. Conosce bene i luoghi, le persone e l’andamento delle cose qui in Armenia. Mi spiega accuratamente le ragioni del conflitto mai definitivamente cessato fra Armenia e Azerbaijan, ovvero il possesso della piccola regione – diventata poi stato indipendente – Nagorno Karabakh. Decido di andare a visitarei l Karabakh la prossima settimana.</p>
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<p>16 ottobre</p>
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<p>Ashot è in ritardo, nel frattempo il sole si fa altissimo e so che sarà un guaio fare buone foto.</p>
<p>Oggi è la volta della regione del Tavush e il mio autista è più calmo, niente scatti improvvisi.</p>
<p>Sulla strada uomini con lunghe barbe bianche e vestiti colorati vendono frutta e verdura. Sono parte di una minoranza di russi chiamati Molokani (bevitori di latte).</p>
<p>Il primo monastero – Goshavank &#8211; è dentro ad un villaggio, non è difficile raggiungerlo. E’ un complesso di chiese, con un’antica torre per metà crollata. Sono luoghi spogli, quasi sempre senza icone, con piccolissime finestrelle strette e lunghe, unico contatto con la luce esterna. Fuori dalle chiese una sfilata di khatckahr, le croci intagliate nella pietra, o le “pietre urlanti” come le definisce Osip Maendelstam.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1486.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-773" title="SIL_1486" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1486-300x256.jpg" alt="" width="300" height="256" /></a></p>
<p>Ashot mi offre un caffè armeno e ripartiamo per il secondo monastero – Haghartsin &#8211; nascosto fra le montagne e un fitto gruppo di alberi. Bellissimo, ma impossibile fotografarlo perché circondato da troppi alberi. Ashot comincia a capire le mie difficoltà fotografiche, il fatto che il sole deve essere alle mie spalle e non di fronte, altrimenti l’immagine sarà scura.</p>
<p>Ripartiamo verso Dilijan, dove Ashot ricorda una chiesa sconosciuta ai più, perché un turista italiano, qualche anno fa, gliela fece scoprire. Così lasciamo la macchina sul ciglio di una strada di montagna e percorriamo a piedi circa un chilometro in mezzo alla natura, superando una scolaresca che sta facendo lo stesso percorso. Giunti davanti alla chiesa vedo una donna anziana che raccoglie frutti da un albero. Sono nespole, un vero e proprio frutto dimenticato.</p>
<p>La chiesa è diroccata e come sempre suggestiva.</p>
<p>Risaliti in macchina, ogni tanto fermo Ashot davanti a paesaggi o ex palazzi sovietici semi distrutti. Lui è paziente, sorride sempre, e ascoltiamo musica. Oggi è la volta dei Rolling Stones e di Celentano. Dice “i love every music, but italian compositors are very beautiful” e agita tantissimo le mani per essere più convincente.</p>
<p>Torniamo al Bed and Breakfast, cena abbondante a base di verdure, riso e vino al melograno, tutto ottimo. Poi faccio vedere un po’ di foto ad Anays, la cameriera della casa, una signora dall’età indefinibile, gentilissima.  Si emoziona a guardare i monasteri e mi fa capire che non li ha mai visti dal vivo, sebbene molti siano a pochi chilometri da casa sua.</p>
<p>Dopo cena Ashot mi mostra il video del matrimonio di sua figlia,non ho molta molta voglia di guardarlo ma sono incuriosita dai rituali, dall’abbondanza del vestito, dalle danze e dal fatto che durante la cena di nozze, tutti gli invitati vanno in processione dagli sposi a lasciare i regali e sono quasi tutti anelli d’oro per la sposa.</p>
<p>In casa sono tutti affaccendati a seccare l’abbondante frutta autunnale, di giorno esponendola al sole e di sera mettendola in  forno. E’ un passaggio di vassoi monocromatici di tante varietà di frutti. Ashot mi dice che l’inverno è freddissimo e senza frutta, così questa sarà la loro riserva.</p>
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<p>17 ottobre</p>
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<p>Scopro che a Vanadzor c’è uno dei mercati (Shuka) più interessanti dell’Armenia.</p>
<p>Sono evidentemente l’unica turista ad addentrarsi dentro alle viuzze piene di contadini che espongono grandi quantitativi della stessa qualità di frutta o verdura nei cofani aperti delle loro macchine: grossi cavolfiori, carote, patate, noci, mele.. E’ un mercato molto grande e tutti mi guardano incuriositi, così non riesco a fotografare come vorrei. Nel reparto vestiti scatto una foto ad una bancarella semivuota, ci sono solo alcuni busti di manichini ancora da vestire. Dietro di me una donna, evidentemente la padrona, dice qualcosa che non capisco, io le sorrido e lei mi offre una noce sorridendo. Vorrei capire se è un caso che tutti offrano una noce, oppure è un’usanza armena.</p>
<p>Al rientro Ashot è pronto per partire alla volta del lago Sevan. Vengono con noi anche la Anays e la figlia tredicenne che oggi, per l’occasione, non è andata a scuola. La strada è come sempre tortuosa e Ashot, come sempre, spericolato. La compilation mp3 prosegue con Rolling Stones, James Brown, Zucchero, e un mix di musica armena cantata dal fratello della moglie di Ashot.</p>
<p>Ogni tanto chiedo ad Ashot se un certo posto che viene nominato nella guida è bello oppure no e lui si sbraccia e muove le mani in modo molto agitato se il posto è bello, fa invece  una faccia disgustata e dice “normal” se non vale la pena andarvi.</p>
<p>Arriviamo a Sevan, dopo aver lasciato Anays e la figlia, a visitare il primo monastero che dà sul lago, il Sevanavank</p>
<p>Imponente, arroccato sulla cima della penisola del lago. Come tutti i giorni da che sono qui il sole è sempre fortissimo e l’attività fotografica sempre difficile, ma cerco i punti di vista più insoliti fra la sorridente curiosità di Ashot.</p>
<p>Ashot si ferma in un bar per il quarto caffè della mattina, ripartiamo e gli indico sulla mappa un altro monastero e un vecchio cimitero in un paese lungo il lago. Il posto è lontano ancora quaranta minuti, ma vale la pena vederlo: una lunga distesa di Khatchkar, una vista fino all’orizzonte. Magnifico</p>
<p>Ci sono turisti francesi e molte signore anziane che vanno loro incontro a vendere calzini e berretti fatti a maglia con i colori dell’Armenia. Ci sono anche alcuni bambini del posto che giocano a calcio fra le pietre. Ripartiamo attraversando il paese di Noraduz, strade dissestate e case con tetti di eternit. Questa è una costante dell’Armenia, anche le case apparentemente più moderne e curate hanno tetti di eternit, poiché è molto più economico delle tegole.</p>
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<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1639.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-774" title="SIL_1639" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1639-300x167.jpg" alt="" width="300" height="167" /></a></p>
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<p>Altro monastero arroccato sulla cima di una collina. Ashot mi dice che siamo andati 40 km oltre il previsto, per anticiparmi che la spesa della macchina sarà maggiore di quanto mi aveva detto.</p>
<p>Per strada ogni tanto lo fermo per fotografare container in riva al lago, case non finite e altri luoghi di nessun interesse per il suo standard, ma divertito e disponibile non si spazientisce mai.</p>
<p>Nella strada del ritorno Zucchero a tutto volume e Ashot dice: i have 2 italian Friends: my fiat (che poi è una lada) e Zucchero.. e io rispondo: “and me?”.. “yes i have 3 italian friends!!”.</p>
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<p>18 ottobre.</p>
<p>Mattinata passata nel mercato di Vanadzor.</p>
<p>Di nuovo, l’unica turista da tempo. Questa mattina, non avendo nulla da fare, prendo tutto il tempo per osservare la gente. Mi metto in un punto del mercato dove tante persone appoggiano a terra la loro merce, frutta, verdura o spezie e contrattano gli uni con gli altri. Spesso i venditori diventano anche clienti di altre bancarelle vicine. Si accorgono della mia presenza e in poco tempo divento il centro dell’attenzione. Una signora mi chiede da dove vengo, noto la sua bocca completamente senza denti, e alla risposta “Italia”, il ragazzo che è con lei mi guarda l’anulare sinistro per vedere se sono sposata e non trovando nulla mi dice qualcosa che capisco essere “portami con te in Italia e  ci sposiamo” e, fra le risate di tutti gli altri, mi regala una mela. La signora a fianco mi regala una pera. Tutti sorridono, parlano fra loro e mi indicano amabilmente.</p>
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<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1697.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-775" title="SIL_1697" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1697-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Scatto qualche foto e decido che è ora di uscire da quel caos. Compro un po’ di noci in un’altra bancarella ed uno schiaccianoci very professional.</p>
<p>Continuo il giro per le bancarelle, mi incuriosiscono di nuovo i russi, con le loro macchine piene di cavoli e di carote, le barbe lunghe e i vestiti colorati delle donne.</p>
<p>Torno al bed and breakfast e passo il resto della giornata leggendo e programmando altre escursioni, in attesa del nuovo autista-guida, Artush.</p>
<p>Artush arriva alle 6.30, saluto Ashot con tanto di baci e abbracci e occhi lucidi e partiamo alla volta di Gyumri.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/foto17.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-790" title="foto" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/foto17-e1350894592612-224x300.jpg" alt="" width="224" height="300" /></a></p>
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<p>Se Yerevan è la città dell’economia e degli affari, sicuramente Gyumri è la città della cultura e della musica. Svetta al centro di una piazza l’imponente statua di Charles Aznavour, ma fu anche la città natale di Gurdjeff.</p>
<p>Artush, con un inglese fluent, mi spiega un sacco di cose sulla città e sulla storia dell’Armenia.</p>
<p>La casa di Artush è tipicamente armena, arredata con tappeti ed arazzi, ha diverse camere. Artush e famiglia, quando hanno ospiti, si ritirano in un’altra parte della casa.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1734.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-777" title="SIL_1734" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1734-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>E’ molto freddo e il bagno è in comune con la famiglia e gli altri ospiti. La moglie di Artush, Raissa, è di origine russa e mi chiede cosa voglio mangiare. Sono persone umili e gentili. La cena, a base di pasta e verdure, è come sempre ottima. Anche qui, come in molte altre case armene, c’è l’usanza di bere vodka prima del pasto e questa volta decido di accettare. Artush mi spiega il metodo: inspirare e poi bere in one shot, infine espirare lentamente. Lo faccio e Artush applaude. La vodka è buona, per niente secca e riscalda lo stomaco, visto il freddo che fa. Sono tutti interessati a quello che faccio, specialmente Raissa, e mi dicono “you’ve a good job”. Sono anche interessati alla famiglia, se ho fratelli o sorelle, con chi vivo. Ovunque, prima o poi viene fuori questo argomento.</p>
<p>La notte è freddissimo, ho un piumone che sfida gli inverni più duri e che in poco tempo fa il suo dovere. Ma non dormo perché il mix di cibi+vodka mi tormenta lo stomaco.</p>
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<p>19 ottobre</p>
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<p>Breakfast at 9, poi mostro ad Artush e la moglie le foto che ho fatto finora e soprattutto il lavoro di Venezia, così che possa capire il mio mood. Non è semplice spiegargli che mi interessa un po’ tutto, non solo monasteri, chiese e monumenti. Così discutiamo parecchio sui possibili programmi, sui prezzi del viaggio più la sua guida. Alla fine decidiamo di andare ad Arpi lake, un parco naturale ai confini con la Georgia. La strada per arrivare fin lì è magnifica, un paesaggio quasi lunare, condito da qualche animale che pascola. Sono sempre su una lada bianca del 1991, non è cambiato niente da quando ho lasciato Ashot. Ogni tanto fermo Artush ed esco dalla macchina per scattare qualche foto. La prima tappa è su una collina dove si trovano degli antichi megaliti, la cui origine è sconosciuta. Ci sono numerose supposizioni, ma nulla di realmente certo. Artush mi spiega che si potrebbe trattare di un modo di segnalare le fonti d’acqua, una sorta di freccia fatta di sassi.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_18271.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-782" title="SIL_1827" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_18271-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_18511.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-783" title="SIL_1851" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_18511-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
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<p>Ripartiamo e per strada, in mezzo alle montagne, c’è un ospedale, costruito da una missione italiana dopo il terremoto del 1989. Ci fermiamo e Artush mi invita a conoscere l’unica italiana che al momento vive e lavora lì, Suor Noelle. Una signora con una vistosa gobba che parla italiano con accento francese. Mi chiede cosa faccio in Armenia e mi racconta la storia dell’ospedale. E’ stato inaugurato da Papa Woytila ed è un luogo di carità, completamente gratuito. Mentre parliamo alcune donne si avvicinano a suor Noelle e le chiedono qualcosa in armeno. Lei dice loro di aspettare, mi spiega che chiedono vestiti. C’è molta povertà dice, e anche l’ospedale al momento non gode di ottima salute, poiché i fondi stanno scarseggiando. Mi invita a tornare la settimana prossima, quando anche Padre Mario, il direttore, sarà presente. Alle 3 in punto arriviamo ad Arpi  Lake, un piccolo lago scavato fra le montagne, e attorno un villaggio di contadini. Il programma di Artush prevede visita e pranzo a casa di una famiglia di contadini. Nel lago hanno nidificato tanti uccelli e il wwf  ha dichiarato il posto “oasi”.</p>
<p>La casa del contadino e della moglie è una tipica casa di campagna. Il pranzo è pronto e ci invitano a sedere. L’uomo ha molti denti d’oro, la donna ha la gengiva superiore quasi priva di denti. Avranno più o meno 55 anni e tre figli. Si parte ovviamente con la vodka e mi pare brutto rifiutare, così bevo, poi formaggio, verdure, cereali, pane lavash, yogurt e salse varie. Tutto sempre buonissimo, se non fosse per il coriandolo che è presente in metà delle pietanze. Accuratamente lo elimino e Artush ride, mi dice “why you don’t like it? it’s so tasty..” appunto, non lo amo perché cambia il sapore ad ogni cibo. Artush si aspetta che faccia domande alla gente, per tradurre, si aspetta che chieda come vivono ecc.. ma cosa posso chiedere? Il luogo parla da solo, gente che vive sperduta in mezzo alle montagne e che ha terre ed animali, un po’ di turismo alternativo e poco altro. D’inverno le temperature scendono fino a 40 gradi sotto zero e loro devono organizzarsi per “sopravvivere” con cibo e riscaldamento. La strada per arrivare fin lì è dissestata e non posso immaginare come sia durante i mesi invernali. Dunque cosa dovrei chiedere? Se è bello vivere in questo modo? Alla fine non colgo alcun aspetto pittoresco in questa visita (e forse non era ciò che Artush si aspettava, lavorando con tanti turisti da tutto il mondo), ma mi serve per capire meglio come funzionano le cose qui.</p>
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<p>Poi mi mostrano la casa. Le stanze contengono animali impagliati messi in posizioni ben studiate: un lupo che caccia una lepre, una marmotta che mangia.. e così via. Mi mostrano orgogliosi questo bottino e ora capisco meglio anche la donna che vendeva l’aquila per strada, fuori dalla capitale. La mia unica domanda è: chi ha ucciso e impagliato gli animali? La risposta è: lui, il contadino. Spara ai lupi che depredano il suo gregge di pecore. Il mio disappunto per tutto ciò è evidente, cerco di spiegargli che, poiché non mangio carne, fatico ad apprezzare tutto ciò. Artush, traduce e ritraduce e alla fine quel che viene fuori è: “it’s god who has decided this”.</p>
<p>Ripartiamo e mi fermo un’ultima volta a fotografare una vecchia lada azzurra abbandonata in mezzo al campo, con la natura che pian piano la ingloba: un esempio di “terzo paesaggio”.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1876.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-784" title="SIL_1876" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1876-248x300.jpg" alt="" width="248" height="300" /></a></p>
<p>Il ritorno a Gyumri è tranquillo,a casa di Artush ci sono due tedeschi appena arrivati, simpatici ma un po’ invadenti,parlano del loro programma di viaggio ed io li aiuto a trovare hotel e destinazioni, avendo già visitato quei luoghi. Si apre una discussione sul fatto che nelle rappresentazioni dell’ultima cena tipicamente armene compaiono due figure femminili, e in effetti c’è un quadro  nella loro camera dove sono evidenti due donne. Mi chiedono se la chiesa cattolica, quella del Vaticano per intenderci, ammette questa possibilità e la mia risposta è “absolutly not”.</p>
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<p>20 ottobre 2012</p>
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<p>Sveglia presto per visitare il mercato di Gyurmi. Artush si sente in obbligo di condurmi e mostrarmi i luoghi, forse perché lo pago a giornate e non poco, ad ogni modo gli dico che preferisco visitarlo da sola e fare con comodo i miei giri, poi lo raggiungerò.</p>
<p>Solito tour di venditori, agricoltori, persone che si mettono in posa e mi chiedono di essere fotografate, e vogliono sapere da dove vengo e tanto altro che ovviamente non capisco. Per un po’ assecondo loro, ma poi continuo il mio giro fra le bancarelle, sotto ai palazzi.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1973.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-785" title="SIL_1973" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1973-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Mi sposto nella zona centrale della città ed entro in chiesa dove si sta celebrando la messa. Tante donne col capo coperto pregano e l’odore di incenso è ovunque. Anche qui tutta la funzione è cantata e spesse volte donne e uomini aprono le mani o si piegano per baciare il pavimento.  La chiesa armena è cattolica apostolica, e ci sono molte differenze con la  chiesa di Roma.</p>
<p>Gyumri nel 1989 subì un terribile terremoto, più di 20000 persone morirono e molti palazzi non sono ancora stati restaurati. Quando ritrovo Artush mi racconta del terremoto. Si salvò perché quel giorno non era al lavoro, ma a casa con sua moglie e i suoi due figli piccoli. La sua casa è “strong”, ma al lavoro, nel laboratorio di fisica dove faceva ricerca sono tutti morti, tutti i suoi amici e colleghi. Così sua sorella e i suoi nipoti. Visitiamo la parte antica di Gyumri e mi mostra le case di tufo e basalto, quelle che hanno resistito al terremoto. In giro per la città ci sono tanti cani, anche se c’è il sole quelle strade hanno qualcosa di spettrale. Subito dopo Artush mi porta a visitare un convento costruito grazie ad una donazione. La suora è molto gentile e mi mostra gli spazi del convento, la chiesa, e risponde a tutte le domande che Artush le traduce in armeno. Mi fa vedere gli oggetti realizzati dalle ragazze che passano lì i pomeriggi e compro un paio di orecchini. La suora è gentile e onestamente grata della mia visita.</p>
<p>Nel tragitto per visitare i luoghi stabiliti oggi ci ritroviamo in un quartiere fantasma di Gyumri, una strada con ai lati condomini non finiti. Erano costruzioni fatte durante il periodo sovietico e interrotte con la divisione della Russia. Nessuno se ne è mai interessato e da allora sono rimaste così, scheletri nel paesaggio. Con lo sfondo del cielo terso e azzurro sembrano edifici di cartone.</p>
<p>Artush ha già capito che dovrà pazientare per tutte le soste che gli chiedo, per poterli fotografare da vicino.</p>
<p>Alla fine del quartiere ci sono alcuni edifici abitati e sotto ad uno di questi un gruppo di anziani che giocano a backgammon. Artush chiede loro se posso fotografarli e tutti accettano sorridendo.</p>
<p>Per strada mi faccio spiegare le regole di gioco del backgammon e successivamente finiamo a parlare di scacchi, visto che da due anni gli scacchi sono diventati materia obbligatoria nelle scuole e gli ultimi campioni mondiali di scacchi sono armeni.</p>
<p>Ripartiamo, alla volta di un villaggio dove ci sono le rovine di una chiesa, distrutta dal terremoto. Rimangono solo i muri e una parte dell’abside, ma su un muro i fedeli hanno riposizionato un piccolo crocifisso. Vicina è stata costruita una piccola cappella dove i religiosi appendono immagini dei santi, del Catholicos, della Vergine e dell’ultima cena, quella con le due figure femminili che poi noto essere uguale dappertutto.</p>
<p>Ci fermiamo per strada a salutare una famiglia di conoscenti di Artush, sono la nonna e la nipote diciassettenne che parla un po’ di inglese, ci offrono dolci e caffè.</p>
<p>La nonna si commuove parlando con Artush, io visito la casa con la nipote e scatto qualche foto. Come in molte case armene convivono un misto di tradizione e di moderno. Il computer è vicino alla foto del nonno morto, stampata grande e colorata a mano come fosse un dipinto. Lo smalto per le unghie e sulla stessa credenza dove giacciono le erbe ad essiccare. Il salone è anche camera da letto. Artush mi racconta che i genitori della ragazzina sono in Russia a lavorare e che mandano regolarmente soldi in Armenia. Molti armeni vanno in Russia a fare lavori di fatica.</p>
<p>Ripartiamo verso la collina dove si trova la pietra con il buco, un grande sasso con un foro circolare che viene attraversato da molte persone, a patto che siano abbastanza magre e tutto in torno i pezzi di stoffa annodati sui rami degli alberi: sembrano un’installazione artistica. Artush mi invita ad attraversare la pietra, ma il foro mi sembra troppo piccolo. Ci sono alcuni armeni che si propongono di aiutarmi e così attraverso la pietra. E’ una strana sensazione. Tutto intorno ci sono dei piccoli rudimentali gazebo che vengono affittati d’estate alle persone che arrivano fin qui a cercare un po’ di fresco.</p>
<p>il posto è suggestivo e ringrazio Artush per avermici portato.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_2088.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-786" title="SIL_2088" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_2088-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_2086.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-787" title="SIL_2086" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_2086-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>L’ultima tappa della giornata è il monastero di Marmashen dove, come ogni monastero, è bene arrivare di pomeriggio per avere il sole sulla facciata principale.</p>
<p>La chiesa è maestosa, imponente, in mezzo ad un bosco di meli. Anche l’interno è molto interessante e per la prima volta decido di fotografarlo usando il cavalletto. Poi scendiamo e sotto c’è un fiume che scava la collina. Altri scatti, nella sincera soddisfazione di Ashot. Nel viaggio di ritorno affrontiamo gli argomenti :</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_2183.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-788" title="SIL_2183" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_2183-255x300.jpg" alt="" width="255" height="300" /></a></p>
<p>rapporti fra Armenia e Russia</p>
<p>Economia russa</p>
<p>Rapporti fra Iran e Armenia</p>
<p>Artush è una fonte inesauribile di informazioni, è preparato più o meno su tutto e non è mai parco nelle spiegazioni. E’ un uomo intelligente ed orgoglioso e parla un ottimo inglese, anche se a volte si mangia le parole e non capisco cosa mi voglia dire.</p>
<p>Nel frattempo ho mandato a Laura gli ingredienti necessari alla preparazione della piadina romagnola.</p>
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		<title>ARMENIAN DIARY #1</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Oct 2012 08:59:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; 9 ottobre 2012 Arrivo a Yerevan prima dell’alba, dopo aver sbrigato le formalità di acquisto del visto, ritiro bagaglio e cambio moneta, esco dall’aeroporto e trovo l’autista con il mio nome scritto perfettamente. Sono le 5 a.m. e sono sveglia da 20 ore. L’attesa a Mosca fra un volo e l&#8217;altro (8 ore) ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>9 ottobre 2012</p>
<p>Arrivo a Yerevan prima dell’alba, dopo aver sbrigato le formalità di acquisto del visto, ritiro bagaglio e cambio moneta, esco dall’aeroporto e trovo l’autista con il mio nome scritto perfettamente. Sono le 5 a.m. e sono sveglia da 20 ore. L’attesa a Mosca fra un volo e l&#8217;altro (8 ore) ha superato la somma delle ore dei due voli (6 ore). A Yerevan è caldo e la prima cosa che vedo è la bandierina armena sul cruscotto del taxi.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/foto12.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-684" title="foto[1]" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/foto12-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
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<p>Il taxista appena partito inizia immediatamente a suonare il clacson e da  quel momento il clacson è la colonna sonora delle giornate a Yerevan.  Guidano come matti qui, ma ci si fa presto l’abitudine.</p>
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<p>L&#8217;hotel, <em>Villa Delenda</em>, è un piccolo edificio in una zona semidistrutta di Yerevan. I vecchi palazzi lasciano spazio ai nuovi edifici, per lo più grattacieli. <em>Villa Delenda</em>  è l’unico palazzo storico  salvato da una distruzione programmata (così il nome in latino &#8220;delenda&#8221; : da distruggere)  e il suo salvatore è un italiano facoltoso, console onorario dell&#8217;Armenia. Dei palazzi che non esistono più vedo solo i resti; se non sapessi la storia di questa città penserei ai segni di una recente guerra, invece si tratta della modernizzazione in corso.</p>
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<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1208.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-718" title="SIL_1208" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1208-250x300.jpg" alt="" width="250" height="300" /></a></p>
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<p>Sono a due passi da piazza della Repubblica, ex piazza Stalin, il centro della città. Dormo quel che resta della mattina e nel primo pomeriggio faccio un giro per la città. Noto i palazzi in stile sovietico, ma l’atmosfera è quella dei paesi del sud. Caos, traffico, gente, cibo per strada. Pranzo in un self service vicino all’hotel, i cibi esposti evitano il problema della lingua.. indico verdure, riso e un pane ripieno di spinaci. Tutto ottimo. Costo 800 dram, ovvero 1.50 euro e concludo con un caffè armeno.</p>
<p>Passeggio senza metà per la città, sono incuriosita dall’abbigliamento delle ragazze, per nulla sobrio. Una sfilata di scarpe con tacchi altissimi in pieno giorno, zeppe, abbigliamento fuori dal comune. La mancanza di sobrietà la ritrovo anche in certi taxi, sembra che tutti qui facciano del loro meglio per non passare inosservati.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/foto4.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-690" title="foto" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/foto4-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/foto53.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-692" title="foto5" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/foto53-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/foto21.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-693" title="foto[2]" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/foto21-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
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<p>Cena al green bean, un locale fatto di materiale riciclato, vegetarian friendly e molto carino; quando entro sento una canzone di Ramazzotti e noto che un ragazzo sta cantando benissimo in italiano. Si chiama Ivan ed è il proprietario del locale. E&#8217; svizzero ed ha aperto questo locale da qualche mese. Da quel momento il green bean diventa il mio &#8220;ufficio&#8221; e Ivan, il proprieatario, un nuovo amico.</p>
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<p>10 ottobre 2012</p>
<p>Giornata dedicata ai musei. Inizio con il museo d’arte moderna &#8211; ingresso meno di un euro &#8211; è  uno stanzone con i muri macchiati di umidità e tanti quadri appesi di pittori armeni piuttosto recenti. Ce ne è solo uno che osservo attentamente.</p>
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<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_07764.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-705" title="SIL_0776" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_07764-300x153.jpg" alt="" width="300" height="153" /></a></p>
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<p>Cammino e cercando il museo dedicato al regista Sergej Parajanov, nella via Mashtosh, la più trafficata della città (sinfonia di clacson e smog) mi trovo a visitare la Moschea Blu, l&#8217;unico luogo di culto musulmano in questa città cattolica.  Il museo Parajanov è in un luogo non segnalato e non riesco ad orientarmi, così chiedo ad un signore fermo per strada. Non parla inglese, ma capisco che si offre di accompagnarmi e mentre camminiamo mi chiede qualcosa , rispondo “italiana”, lui annuisce e sorride. Dopo mezzo chilometro in silenzio ferma un altro signore e gli chiede dove sia il museo. Il secondo si offre di accompagnarmi, così il primo mi saluta e mi lascia con l’altro. Questo nuovo accompagnatore parla tedesco, mi chiede se lo parlo anche io. Ovviamente non lo parlo. Mi chiede però se voglio un caffè e mi indica il suo negozio dall’altra parte della strada. Gherard, così dice di chiamarsi, è proprietario di un negozio che cura problemi ai capelli, infatti nei 10 minuti in cui attendo che il mio caffè si raffreddi entrano uomini e donne di tutte le età con evidenti alopecie e un bambino al quale Gherard toglie il berrettino per mostrarmi   la sua alopecia. Bevo il caffè e dopo aver osservato tutti i prodotti che il proprietario mi mostra con fierezza. Saluto tutti e me ne vado al museo Parajanov. Un luogo incantevole.</p>
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<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_0805.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-707" title="SIL_0805" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_0805-300x259.jpg" alt="" width="300" height="259" /></a></p>
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<p>Il museo era la casa  e lo studio del regista Sergej Parajanov, ora sraccoglie gli oggetti che compaiono nei suoi film. Fra i quadri e i collage del regista scrogo una lettera di Fellini al quale evidentemente Parajanov aveva scritto con ammirazione: “caro Sergej, non ti conosco, ma ora che vedo i tuoi film mi sembra di essere tuo amico da sempre. Ti voglio bene. Federico”.  Prendo un taxi e vado alla biblioteca Matanadarian, il regno dei manoscritti. luogo meraviglioso, sulla cima di una collina, un palazzo grigio con statue enormi che raffigurano importanti scrittori della cultura armena.</p>
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<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_0850.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-709" title="SIL_0850" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_0850-235x300.jpg" alt="" width="235" height="300" /></a></p>
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<p>La biblioteca contiene 10000 manoscritti, èd è gemellata con la biblioteca simile ma più piccola che si trova a Venezia, nell’isola di san Lazzaro degli armeni. Al Matanadarian è  custodito il manoscritto più piccolo al mondo, un Corano grande come una moneta, e tanti libri preziosi. Prendo un altro taxi e vado sulla collina di madre Armenia, una statua di 25 metri che raffigura una donna con un’arma  rivolta verso il monte Ararat, quindi verso la Turchia. E&#8217; un imponente monumento-monito. Intravedo il monte Ararat, ma è avvolto dalle nubi. Nei dintorni della statua c’è un bosco con un luna park semi chiuso, vista la stagione. mi viene in mente Coney Island a New York, c’è un misto di kitsch e decadenza, quindi mi piace. Fotografo i resti delle giostre, un carosello in mezzo al verde, una finta tigre che spunta dal nulla.</p>
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<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_0898.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-710" title="SIL_0898" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_0898-300x208.jpg" alt="" width="300" height="208" /></a></p>
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<p>La sera incontro Laura, amica di amici che vivono in Italia, mi aiuta ad organizzare il tour per i prossimi giorni. Davanti ad una zuppa fumante al green bean (Eros Ramazzotti sempre  in sottofondo..) mi racconta la triste storia dell’Armenia.</p>
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<p>11 ottobre 2012</p>
<p>Visita al museo di archeologia, alla galleria nazionale d’arte e al memoriale del genocidio armeno. La triste storia dimenticata: due milioni di armeni uccisi dai turchi e la conseguente diaspora del popolo armeno.</p>
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<p>12 ottobre 2012</p>
<p>Ho prenotato un tour in un’agenzia armena per vedere due luoghi non distanti da Yerevan: il tempio di Garni e il monastero di Gheghard. Garni è un tempio di origine greca, Gheghard è un monastero scavato fra le montagne, con un’acustica perfetta. Si sta celebrando un battesimo e la messa è cantata, così registro il canto col mio mini recorder.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/foto22.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-721" title="foto[2]" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/foto22-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/foto13.jpg"><img class="alignleft  wp-image-722" title="foto[1]" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/foto13-e1350314752321-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1054.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-724" title="SIL_1054" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1054-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Fuori c’è una donna vestita con abiti logori, sembra una mendicante, la saluto (&#8220;barev dzez&#8221;) e lei mi offre una noce. Oltre il monastero, verso il fiume, c’è un albero dove gli armeni in visita al monastero appendono strisce di stoffa colorate, come segno di preghiera. All’uscita del monastero tre uomini suonano una canzone struggente, con due duduk e un tamburo, mi avvicino e do loro mille dram, per sentirli suonare ancora. Mi chiedono da dove vengo e noto che hanno metà dei denti ricoperti d’oro. Ripartiamo, in autobus conosco un sacco di gente che si interessa a quel che faccio, al mio progetto fotografico.. sarà perchè lo  zaino pesante che porto in giro tutto il giorno incuriosisce i turisti. Curiosamente la sera gioca la nazionale italiana a Yerevan e capita che Ivan  abbia un biglietto in più. Così vado allo stadio, con uno svizzero in un gruppo armeno, nella curva armena. Urlano e suonano trombe da stadio dal volume insopportabile. 3-1 per l’italia, ma evidentemente non posso esultare.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/foto7.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-727" title="foto" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/foto7-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Fuori dallo stadio bancarelle improvvisate dai contadini delle campagne che, con gli occhi assonnati, espongono sul retro dei loro camioncini scassati frutta caramellata, panini, e altre cibarie.</p>
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<p>13 ottobre 2012</p>
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<p>Oggi alle 9 in punto, fuori da Villa Delenda mi aspetta il mercedes nero di Alexander, il taxi trovato dalla mia organizzatrice armena. Mi porta alla fortezza di Amberd, con tappe ai monasteri che si trovano sulla strada. Usciamo da Yerevan e sul bordo dell tangenziale trafficata c’è una donna anziana, vestita con abiti logori e ciabatte ai piedi, che ha in mano un’enorme (povera) aquila impagliata dalle ali spiegate. E’ lì e spera di venderla. L’Armenia è anche questo.</p>
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<p>I dintorni di Yerevan sono un esempio di non-finito: case costruite solo a metà, recinti intatti che non contengono nulla, stranezze architettoniche, mostruosità. Vorrei fotografarle tutte, ma rimando ad un altro momento, non sono ancora in confidenza con Alexander per chiedergli di fermarsi al di fuori dei percorsi stabiliti. Durantee il viaggio mi guardo intorno, da dentro la macchina, e finalmente vedo per la prima volta, in questa mattina limpida, il monte Ararat. Imponente con i suoi 4000 metri, con le cime innevate, una vista mozzafiato.</p>
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<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/ararat6.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-747" title="ararat" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/ararat6-300x166.jpg" alt="" width="300" height="166" /></a></p>
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<p>La strada sale e inizia un vero e proprio deserto di rocce, di terra non coltivabile, un nulla montuoso. Km e km di terra brulla, di montagne senza alberi, di rocce grigie e marroni, e quando meno me lo aspetto un monastero che svetta in mezzo al nulla, sopra ad un canyon profondissimo, tanto che ho paura a guardarlo. Ci sono solo io e una signora anziana che mi chiede soldi. Le do quello che ho in moneta. Lo stesso per tutti gli altri monasteri sulla strada, costruzioni in luoghi impervi e difficilmente raggiungibili, mi chiedo come sia stato possibile realizzare queste imprese. La strada prosegue fino alla fortezza di Amberd, siamo in zona premontana, il sole è fortissimo, è caldo. Anche Amberd è deserta, Alexander mi lascia sulla strada e si mette a chiacchierare con l’uomo della bancarella dei souvenir. Il monastero sotto la fortezza è la mia prima meta. Meraviglia assoluta: piccolissimo, perfetto.</p>
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<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1104.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-749" title="SIL_1104" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1104-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
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<p>Riesco a fotografarlo senza disturbo, fino a quando arrivano alcuni turisti armeni e noto che si arrampicano sulla fortezza, fra di loro c’è anche una signora con zeppe piuttosto alte a tentare l’impresa. Mi unisco a loro e senza che io chieda nulla mi aiutano a salire dandomi la mano. Da lassù un panorama da lacrima.</p>
<p>Ripartiamo fino al villaggio di Astharak dove si trova una delle chiese più piccole dell’Armenia.  Scendo dall’auto e mi viene incontro un bambino che ha alcune cose da vendere. Contrattiamo come si conviene in questi casi e alla fine compro un braccialetto per 1000 dram. Mi accompagna per il villaggio parlando un po’ di inglese. “Italian”? “yesterday football match..” e dice solennemente tutti nomi dei giocatori italiani. Mi chiede di fotografarlo con i suoi disegni.</p>
<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1191.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-750" title="SIL_1191" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1191-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
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<p>Ritorno a Yerevan.</p>
<p>Oggi c’è il mercato Vernissage. Venditori di tutto. Contadini che vengono dalle campagne a vendere le loro cose, i vestiti di seconda mano. La sensazione è di persone povere che svuotano le loro case per racimolare denaro. Nessuno muore di fame, mi dicono gli amici armeni, ma fuori dalle grandi città mancano i soldi contanti. Scatto qualche foto ad una bancarella che vende mappe della passata Unione sovietica. Il venditore mi chiede da dove vengo e alla mia risposta mi indica una vecchia mappa dell’Italia.</p>
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<p><a href="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1226.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-752" title="SIL_1226" src="http://silviacamporesi.it/wp-content/uploads/2012/10/SIL_1226-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
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<p>Saluto e dico grazie che in armeno è come in francese &#8220;merci&#8221;. Ma tutte le volte che lo pronuncio mi rispondono con l&#8217;equivalente di &#8220;prego&#8221; e poi &#8220;Are you French?&#8221;. Non esco da questo vicolo cieco ldel linguaggio.</p>
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